Lana Del Rey - Norman Fucking Rockwell!
Polydor / Interscope Records - 2019

Recensione: Lana Del Rey – Norman Fucking Rockwell!

Norman Fucking Rockwell! esclama Lana Del Rey.

Lana Del Rey - Norman Fucking Rockwell!

Polydor / Interscope Records – 2019

Che Norman Fucking Rockwell! fosse in arrivo lo si sapeva da tempo, anzi Lana Del Rey gli ha aperto la strada con diversi singoli già a partire dallo scorso anno. Tuttavia, adesso che è uscito, il disco si apprezza meglio come insieme, avendo una struttura coesa e un tema di fondo. Non nuovo, certo, perché è dagli esordi che Lana Del Rey porta avanti la sua estetica vintage a botte di ballate languide, e questo Norman Fucking Rockwell! non si discosta. Il titolo rinvia al pittore e illustratore all American, con l’espletivo sintetizzato NFR sulla copertina per il pubblico bacchettone.

Alcune fra le canzoni migliori di Lana Del Rey affollano Norman Fucking Rockwell!

Posta all’inizio, la title track prepara il tono per quanto seguirà. Mariner Apartment Complex è una delle melodie più belle trovate da Lana Del Rey in tutta la sua carriera: “They mistook my kindness for weakness / I fucked up, I know that, but Jesus / Can’t a girl just do the best she can?”. Poi arriva Venice Bitch pure già sentita a ribadire il concetto, con il riferimento ai luoghi consueti per Lana, con l’immaginario tipico “Oh God, miss you on my lips / It’s me, your little Venice bitch (…) You’re beautiful and I’m insane / We’re American-made”.

 

La lunga coda vagamente psichedelica porta a Fuck It, I Love You che ne continua l’atmosfera, seguita dalla cover di Doin’ Time dei Sublime, gruppo musicale ska punk proveniente da Long Beach, concepita su un ritmo sincopato vagamente hip-hop che rallenta l’originale. È un omaggio al leader della band, Bradley Nowell, morto di overdose nel 1996.

Un disco diverso dal precedente

Musicalmente il disco prende una strada differente dal precedente Lust For Life, che contava su numerose collaborazioni di ambito rap. Buona l’idea, discreta la riuscita, più che altro perché la scrittura non era sempre eccelsa. Norman Fucking Rockwell! è decisamente più centrato: in Jack Antonoff, musicista e produttore per numerose pop star, Lana trova una spalla perfetta. Molte delle canzoni del disco sono eccellenti nella scrittura e nell’esecuzione: oltre alle già citate, vanno ricordate almeno California e Bartender.

La nostalgia oramai consueta ma affascinante di Lana Del Rey

Lana Del Rey con Norman Fucking Rockwell! torna ai riferimenti musicali oltre che biografici che le sono più consueti. Cinnamon Girl si intitola una canzone con ovvio rimando a Neil Young. In The Greatest canta: “I miss the bar where the Beach Boys would go / Dennis’s last stop before Kokomo”, ricordandone la morte per annegamento. Laurel Canyon è evocato nella title track e in Happiness is a Butterfly. La “lady of the Canyon” per eccellenza in Bartender. Ancora in Bartender c’è un party nel quale risuona la musica di Crosby, Stills & Nash. E il ragazzo sulla copertina, Duke Nicholson, è il nipote del celebre Jack.

 

Nostalgia per un periodo d’oro della California (e, si immagina, dell’America) che contrasta con quello attuale. The Greatest si riferisce, ironicamente, all’attuale presidente degli USA e si conclude con la disillusione degli idoli che tradiscono o se ne vanno: “L.A. is in flames‚ it’s getting hot / Kanye West is blond and gone / Life on Mars ain’t just a song”. Vero è che il disco è lungo e pressoché privo di variazioni ritmiche, con il piano che guida ogni canzone. Potrebbe annoiare, e invece seduce grazie a un gusto melodico raro. Che altro aggiungere? Lana Fucking Del Rey!

Lana Del Rey - Norman Fucking Rockwell!
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Marina Montesano

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