LCD Soundsystem – American Dream
DFA / Columbia - 2017

Recensione: LCD Soundsystem – American Dream

Il ritorno di James Murphy e degli LCD Soundsystem.

LCD Soundsystem – American Dream

DFA / Columbia – 2017

Eh… alla faccia del sogno americano. Il ritorno di James Murphy, con il consueto moniker LCD Soundsystem era atteso, molto atteso. Forse ci voleva il nuovo Presidente USA perché questo ritorno avvenisse e l’attesa è stata, per il sottoscritto, più che ampiamente ripagata. James Murphy è l’ultimo dei minimalisti contemporanei o, forse, il primo dei nuovi: la lezione sulla dinamica reiterativa, il procedere per addizioni sonore, la percussione come base su cui progredire nella composizione, l’attitudine del proiettarsi nel futuro su onde del passato. Tutto ciò raggiunge la sua perfetta sintesi e realizzazione nella perfezione devastante di American Dream.

LCD Soundsystem, molto più che nostalgia

LCD Soundsystem sono la band dei sogni (ma guarda un po’…) di chi è stato giovane negli anni 80 e di chi si potrà permettere di essere giovane nei prossimi. La ricerca colta e l’uso assai sfacciato che viene fatto di riferimenti di un’onda che fu sono sotto le orecchie di tutti, niente gabole o sotterfugi. L’apertura a danze che, mai come in questo album, suonano quantomai apocalittiche e contemporanee, è data da Oh Baby e già Alan Vega è nell’aria. E le liriche ci tolgono subito ogni illusione rispetto all’effimera ironia del titolo dell’intera opera, “…hai fatto un brutto sogno” e dubito che siamo prossimi al risveglio.

 

La prosecuzione è data a Other Voices, e quanti penseranno, a proposito di alcuni titoli, di trovarsi di fronte a cover versions, ma qui siamo invece in pieno dittico Eno/Talking Heads. In effetti la lunga ombra del non musicista, elemento già presente in nuce nei lavori precedenti, permea un buon numero di brani. I Used To suggerisce reiterati ascolti della Factory Records. Così come farà, poco più in là How do you sleep? Che già fu monito di Lennon, oramai non più scarafaggio, nei confronti di Macca. Si suggerisce, poi, l’utilizzo del pensiero autonomo in Change yr Mind dove torna il vezzo linguistico della contrazione e si cita, esplicitamente, un penny per i tuoi pensieri basta che te li tieni per te…

Il trittico centrale di American Dream

E’ la volta poi del trittico già noto. Costituito da Tonite, un sentito omaggio all’arte sintetica, che cresce ad ogni ascolto, come d’altronde è caratteristica propria di tutto l’album, di Call the Police, ovvero i Roxy Music del primo album, l’utilizzo di quella che, nuovamente, Eno definiva “energia idiota” per incensare i prime movers di una new intelligente (per me un brano che vorrei durasse sei ore…) e, quindi, la ballata cybernetiKa American Dream, con il suo terzinato anni’ 50, nostalgicamente progressista e persino Lynchiana (e Murphy un po’ al signor Lynch assomiglia…).

 

La chiusura è affidata, dopo un altro esplicito riferimento ai Joy Division (perché negarlo?) in Emotional Haircut. E all’incubo soffuso di Black Screen, dodici minuti di sedimentazione di metalinguaggi in cui la crasi melodico-rumorista arriva ad un culmine che sfata definitivamente ogni dubbio sulla qualità del lavoro di Murphy.

 

In sintesi, disco assolutamente politico e indispensabile, come pochi ne girano adesso. Ci metto gli Arcade Fire per la stessa attitudine a farci ballare su argomenti tremendi. E quindi God Bless America (in Dream), ma solo quello.

LCD Soundsystem – American Dream
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