Micah P. Hinson - Presents The Holy Strangers | recensione
Full Time Hobby - 2017

Recensione: Micah P. Hinson – Presents The Holy Strangers

L'”opera folk moderna” di Micah P. Hinson.

Micah P. Hinson - Presents The Holy Strangers | recensione

Full Time Hobby – 2017

“Ad Abilene andare a donne non conviene” cantava il Quartetto Cetra. Avesse dato loro retta, Micah P. Hinson non si sarebbe cacciato nel tourbillon di guai che, proprio ad Abilene, segnò i suoi vent’anni. In rapida sintesi: cuore infranto da fotomodella di Vogue, conto in banca esaurito, casa perduta, droga, depressione, carcere. Robetta non da poco che, nel 2004, venne elaborata dal povero giovane nelle forme di un magnifico e disperato album d’esordio intitolato Micah P. Hinson And The Gospel Of Progress. (Per avere un’idea della lacerante emotività di quell’opera si ascolti il pezzo qui sotto.)

Micah P. Hinson: una discografia dolorosa

Il nostro non si è mai più ripetuto a un livello artistico così alto, forse perché, per sua fortuna, a un livello esistenziale così basso non è più sceso. In verità molto buono fu il suo album del 2014, Micah P. Hinson And The Nothing, registrato dopo un terribile incidente stradale avvenuto in Spagna. A questo punto c’è solo da sperare che con la sfiga ispiratrice Hinson abbia infine saldato il conto. Oggi ha un viso da trentaseienne che  dimostra, a seconda dei casi e delle inquadrature, 20 o 50 anni, e in certe foto sembra il clone del mitico gonzo journalist Hunter S. Thompson. Non demorde dalle sue idee parecchio conservatrici, ma sulla cassa della chitarra sfoggia la scritta “This Machine Kills Fascists”. Insomma, ci mette anche un po’ d’ironia. Forse.

The Holy Strangers lavora meno sul personale rispetto al passato

The Holy Strangers non attinge direttamente, e fortunatamente,  al privato (anche se l’ambiente fondamentalista cristiano descritto è quello in cui l’autore è cresciuto) ed è presentata come una “modern folk opera”. Parla delle vicende di una famiglia – chissà come mai – piuttosto sfigata e non suona troppo allegro. Giusto per citare un esempio: “Sei la ragazza dei miei sogni, ma sembra che i miei sogni non si avverino mai” (Lover’s Lane). Ed eccone un altro, un po’ più avanti: “Queste sono le parole finali che io ti canto. Queste sono le parole finali che io ti porgo” (The Last Song).

Rispetto al passato, tuttavia, si percepisce un distacco da narratore, un’attenzione alla struttura dei suoni e delle storie che aggiunge a cuore e viscere anche un certo raziocinio. E il finale, affidato al gospel Come By Here (che nel titolo e nella melodia ricalca il traditional Kumbaya), suona tanto consolante quanto sofferente. Ci troviamo, come paesaggio emotivo, dalle parti di un altro lavoro recente, In The Kingdom Of Dreams di Ian Felice, a dimostrazione che il folk può essere musica di grande forza a prescindere da suoni in apparenza sommessi.

Su 14 titoli, cinque sono strumentali, strutturati fra archi ed elettronica vintage-povera. Anziché funzionare da stacchetti fra le parti cantate, come sovente accade, illustrano specifiche situazioni. In particolare l’epica The Years Tire On costituisce uno dei momenti più belli del lavoro. Quanto alle canzoni, sfoggiano i loro due classici elementi caratterizzanti, tono dolente e baritono laconico, e paiono oggi avere come punto di riferimento Woody Guthrie (anche fonte dell’idea della macchina amazzafascisti sulla chitarra) e Johnny Cash.

Dunque Micah P. Hinson cita i classici ed è diventato a suo modo un classico. Un’impresa non da poco insieme a quella, persino più notevole, di essere rimasto vivo.

Micah P. Hinson - Presents The Holy Strangers
7,8 Voto Redattore
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Per rialzare il morale a chi ha letto fin qui, ecco il video di Ad Abilene del Quartetto Cetra:

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