Recensione: Mogwai – Every Country’s Sun

Il ritorno dei Mogwai fra innovazione e tradizione.

Temporary Residence Limited – 2017

Nono album in studio per gli scozzesi Mogwai. Every Country’s Sun, suonato integralmente e in anteprima al Primavera Sound di Barcellona lo scorso mese di giugno, ha visto la luce il primo settembre. Si tratta (ed avevamo avuto la medesima sensazione lo scorso giugno) di un album estremamente sperimentale e innovativo e, allo stesso tempo, di una sorta di ritorno alle origini per la band di Stuart Braithwaite. Per l’occasione, i Mogwai si sono avvalsi della collaborazione di Dave Fridmann (ex Mercury Rev), vecchia conoscenza per gli scozzesi: assieme a lui, prima di quest’ultimo lavoro, avevano infatti inciso due delle migliori loro opere, Come On Die Young e Rock Action, oramai una ventina di anni fa.

Cosa dire dunque di Every Country’s Sun? Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: si tratta di un buon lavoro. Come di consueto la qualità della  musica è elevatissima, ma, se una pecca si può trovare, non si può evitare di segnalare che, accanto ad alcune tracce veramente sublimi, altre, in particolare quelle in debutto d’album, non raggiungono le vette del recente Atomic, colonna sonora composta per il film documentario di Mark Cousins dello scorso anno.

Post-rock mescolato al pop: esperimento riuscito a metà

Coolverine, opening track, è anche una delle più interessanti. Tastiere e sonorità synth si aggiungono alle abituali chitarre post-rock, marchio di fabbrica della band, per creare una miscela dall’andamento meno epico rispetto al consueto, e che lascia spazio ad una nuova e inattesa dolcezza malinconica.

Inconsuete e inaspettate anche le due canzoni cantate, una cosa di certo rarissima nella produzione Mogwai, band prevalentemente solo strumentale. 1000 Foot Face e Party In The Dark rientrano senza dubbio nel percorso sperimentale di cui si diceva e allontanano questo lavoro dalla solita routine. L’esperimento è riuscito a metà. Party In The Dark è indubbiamente la traccia più debole del lavoro. Risulta un po’ troppo leggera, anche a causa della voce fragile di Braithwaite.

Finale dell’album in crescendo

Molto meglio quando i Mogwai rinunciano agli effetti più facili per tornare alla magnificenza abituale. Se infatti è vero che le nuance pop sono la tendenza del momento (vedi il recente Everything Now degli Arcade Fire), nei Mogwai la leggerezza risulta un po’ di maniera, e in ultima analisi, molto lontana dal loro universo per essere davvero apprezzata.

Sono quindi le ultime tracce a risultare le migliori, in  particolare la potentissima Battered At A Scramble. E in chiusura Old Poisons, scandita dai consueti riff di chitarra e batteria.

Meravigliosa, magica e intrigante è Don’t Believe The Fife.  Lenta e ipnotica, ritmata dal tocco di un orologio che pare un cuore che batte,  prosegue sognante e bellissima fino ad arrivare ad un’esplosione di chitarre e batteria. E’ l’episodio migliore dell’album e va annoverata fra le più belle incisioni in assoluto della band.

Mogwai - Every Country's Sun
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