Morrissey - Low In High School recensione
Etienne/BMG - 2017

Recensione: Morrissey – Low In High School

Il Morrissey contro tutti stavolta funziona così così.

Morrissey - Low In High School recensione

Etienne/BMG – 2017

Povero Morrissey, viene da pensare. Oppure, chi è causa del suo Moz pianga se stesso. Sì perché Low In High School sembra proprio che la stia pagando per tutto ciò che all’ex voce-e-parole degli Smiths era finora stato perdonato o visto come espressione di una generale e, a suo modo letteraria, misantropia. O di gusto per la provocazione. Parliamo ad esempio delle simpatie di recente espresse per la feroce islamofoba Anne Marie Waters.

Morrissey è diventato ormai prevedibile

Le recensioni del disco sono dunque quasi tutte negative. Anche se già l’esordio come romanziere con List Of The Lost (2015) aveva collezionato un florilegio di stroncature da Guinness dei malprimati. D’altronde il Morrissey degli ultimi anni appare terribilmente prevedibile e i suoi attacchi contro qualcosa o qualcuno tendono a far apparire quel qualcosa o qualcuno simpatico. Regina Elisabetta inclusa. Insomma, il nostro fa pensare al Paperino dei cartoni animati anni ’40 sempre nevrastenico e berciante.

Low In High School sembra avere come vago tema di fondo quello dell’individuo indifeso alle prese con un mondo crudele, dominato da poteri occulti e da un controllo infingardo sull’informazione. Più o meno la piattaforma elettorale di Donald Trump. Sotto questo punto di vista, i poli opposti del disco sono rappresentati da I Bury The Living (il ragazzo senza arte né parte come muore in guerra come “carne da cannone”) e Spent The Day In Bed, dove l’inazione e il miserabilismo (altro cavallo di battaglia moziano) diventano ancore di salvezza.

Low In High School vive di troppi concetti

Ma Morrissey non è per la parsimonia concettuale e nel disco infila anche la crisi venezuelana e la scoperta di quanto sia interessante il sesso orale. Alla fine arriva un peana a Israele che vorrebbe suonare epico e invece risulta goffo e lagnoso.  Ed ecco che finalmente si arriva a parlare di musica. Perché con Morrissey ci si concentra sempre troppo su ciò che lui dice o canta. E non su come lo canta e con quali musiche. Ovvero ciò che dovrebbe importare di più. Perché è di un disco che parliamo e non del suo autore.

Dunque Low In High School è un album discreto, abbastanza scorrevole e meno prolisso del precedente World Peace Is None Of Your Business. Il produttore Joe Chiccarelli lavora bene sulla nitidezza dei suoni e, per fortuna, li  drammatizza il giusto. A non funzionare è invece l’eccessiva varietà delle atmosfere, un pezzo con i fiati, uno con gli archi, qualche tocco mediorientale, un accenno disco e così via. Come se tutto questo servisse a non far notare troppo la scarsa memorabilità di diversi episodi.  E dopo qualche ascolto Low In High School appare un po’ superficiale nei momenti pop, mentre ristagna in quelli che vorrebbero essere epici.

Comunque sia, probabilmente ce ne dimenticheremo presto, distratti anche dagli interventi a getto continuo del Morrissey opinionista. Quello che di recente si è espresso a proposito di Kevin Spacey e Harvey Weinstein. In loro difesa naturalmente.

Morrissey - Low In High School
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