Mumford & Sons - Delta
Polydor - 2018

Recensione: Mumford & Sons – Delta

Mumford & Sons: c’era una volta l’indie-folk.

Mumford & Sons - Delta

Polydor – 2018

In effetti erano stati in molti, alla fine degli anni zero, a gridare al miracolo. Quando Sigh No More si affacciò sul mercato discografico, nel (non molto) lontano 2009, sembrò che la tanto attesa next big thing della pop music si fosse d’improvviso materializzata. Da Londra con furore, con quel mix orecchiabile e raffinato di bluegrass, folk, country e rock, il tutto declinato in salsa pop per essere radiofonicamente corretto, Marcus Mumford e i suoi ‘figli’ (Ben Lovett, Ted Dwane e Winston Marshall) sembrarono i prodromi di un genere, l’indie-folk, che di lì a qualche anno avrebbe imperversato un po’ ovunque, dalle stazioni radio alle classifiche di settore. Con l’occhio (e l’orecchio) rivolti oltreoceano, i Mumford & Sons catalizzarono, più di altri colleghi, l’attenzione di media e pubblico, che pure qui in Italia non badava a spese per assistere a un loro concerto.

I parenti prossimi di Mumford & Sons

Molti i gruppi che ne hanno seguito o condiviso l’imprinting musicale. Dagli inglesi Noah and the Whale passando attraverso gli americani Lumineers, Fleet Foxes e una miriade di gruppi affini, per deviare addirittura nei paesi nordici (First Aid Kit e gli islandesi Of Monsters and Men, questi ultimi artefici di una sorta di tormentone in chiave folkie, ovvero Little Talks). Insomma, un vero e proprio neo-genere che sarebbe comunque improprio definire tale. Tant’è che il recupero di tradizioni musicali ‘antiche’ (o ‘classiche’, che dir si voglia) era iniziato all’indomani della scorpacciata new wave degli anni ottanta, che aveva infine rivelato la sua stanchezza ‘elettronica’.

Mumford & Sons e il ritorno delle chitarre

Servivano di nuovo gli strumenti, quelli veri, un po’ nello stile di quel punk che si era ribellato all’intellettualismo progressive alla fine dei settanta. E di punk era infarcita la tradizione che vide l’esplosione (spesso rabbiosa) di una reazione di provincia (quella più remota), che dai confini degli States riuscì ad affermarsi un po’ ovunque. Come non ricordare, tra gli esempi più significativi, gli Uncle Tupelo (i padri degli odierni Wilco di Jeff Tweedy) oppure i Whiskeytown, il cui leader pazzerello (Ryan Adams) ha prodotto alcune tra le cose più belle del pop-rock del nuovo millennio.

 

Ecco, per tornare a noi, la voglia di tradizione nacque proprio lì, nei garage polverosi dove le chitarre erano state appese almeno un decennio prima. E il cosiddetto indie-folk dei gruppi sopra menzionati attinge proprio a quel recupero, sintonizzandolo sulle onde medie di un levigato folk che strizza l’occhio al pop più commerciale.

La carriera di Mumford & Sons

Niente di male, per carità. Ma la stessa “carriera” dei Mumford & Sons parla chiaro: infatti, dopo un primo album osannato e coccolato dalla critica, il seguito (a partire dal secondo album, Babel) è stato un riproporre abbastanza stanco della formula madre, senza grossi sussulti, senza canzoni di spessore. Il quarto album (Wilder Mind) voleva essere un tentativo di affrancarsi da una formula preconfezionata che ormai stava distribuendo troppi prodotti simili l’uno all’altro: tentativo fallito, un mezzo flop commerciale che ha costretto i Mumford a riprendere la rotta (volutamente) perduta.

Mumford & Sons: Delta

Questo Delta è un album carino, niente di più. Ben curato nei particolari, non va oltre la sufficienza soprattutto per la mancanza di quei due/tre brani che trascinano un disco, per la verità qualcosa che ai Mumford è sempre mancato, ma che nel caso in questione si percepisce in modo particolare. Il titolo non tragga in inganno: non c’è nulla del blues legato alle tradizioni che vi si richiamano, ma c’è pure poco di un’immediatezza che tale richiamo potrebbe ispirare.

 

I Mumford & Sons hanno optato per una produzione mainstream (Paul Epworth, che ha lavorato, tra gli altri, con Adele e Rihanna), e tale scelta si riflette nella scaletta un po’ monocorde, che suona certo benissimo, ma si flette e alla fine annoia. I momenti migliori si chiamano Woman, Rose of Sharon e il singolo Guiding Light. Un po’ poco, in effetti, per chi avrebbe dovuto incarnare la next big thing sul pentagramma. Più che indie-folk – di indie, ormai, non c’è più niente: Delta è stato prodotto dalla Island-Universal – sarebbe più opportuno parlare di pop. Una curiosità: l’album è stato distribuito anche in audiocassetta.

Mumford & Sons - Delta
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David Nieri

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Vive a lavora a Viareggio, dove gestisce una piccola casa editrice: https://edizionilavela.it/. Ha collaborato per diversi anni con la rivista Buscadero e ha diretto la collana musicale Fanclub per Pacini editore.

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