Neil Young and Crazy Horse – Colorado
Reprise – 2019

Recensione: Neil Young and Crazy Horse – Colorado

Il ritorno dei Crazy Horse a fianco di Neil Young per Colorado.

È il soffio nell’armonica che sentiamo appena appoggiamo la puntina sul vinile. Il marchio. Neil Young è tornato. E con lui sono tornati i Crazy Horse, Nils Lofgren, Ralph Molina, Billy Talbot. Young ha tante vite. Quella che ci mostra con Colorado ricorda gli album del passato.

Neil Young and Crazy Horse – Colorado

Anche se il livello non è più lo stesso, Neil è un vecchio rocker che sa ancora quello che vuole e soprattutto sa dire quello in cui crede. «If I tell you what I see (What I see) / You might not believe me (What I see) / I saw old white guys trying to kill mother nature (What I see)», sono i versi di She Showed Me Love, un lunga cavalcata come solo i Crazy Horse sanno fare. Brillante, potente, sempre mezza sghemba, quasi che da un momento all’altro possa incagliarsi, ma invece non succede mai e restiamo ipnotizzati dal canto infinito del ritornello, «She Showed Me Love».

Un disco nato da momenti difficili

Ora pare che Neil scriva grandi album quando si trovi in periodi difficili. Avvenne già per On the Beach, Tonight’s the Night, Sleeps With Angels e, infine, per Le Noise, quando perse uno dei suoi più stretti collaboratori, Ben Keith (ed è bellissimo il ricordo di Neil nella sua autobiografia). Anche Colorado entra a pieno titolo in quell’elenco: Pegi, la sua ex moglie è morta a gennaio e Elliot Roberts, il suo manager, a giugno. E a Roberts allude Olden Days, una ballad malinconica che solo Young sa scrivere, «Where have you been, my long-lost friend?».

Neil Young and Crazy Horse – Colorado: non mancano le canzoni di protesta

Ma Neil ha anche e sempre protestato (a suo modo, da canadese) e lo fa qui con Shut It Down. I Crazy Horse segnano la via: chitarre taglienti, sporchissime, Neil canta «Have to shut the whole system down / Have to shut the whole system down / People tryin’ to save this earth / From an ugly death», Molina dà un battito marziale.

 

Il ritmo cala con Milky Way ed Eternity, ma Neil è sempre lì, mentre ci fa sapere quanto sta bene con la sua nuova moglie: «Woke up this morning in a house of love / The birds were singing in the sky above / The dogs were barking and the deer were free / And we were living in a house of love». In Rainbow of Colors continua la protesta, quasi un gospel elettrico, da cantare e gridare insieme. C’è spazio per tutti nella vecchia America: «There’s a rainbow of colors / In the old USA / No one’s gonna whitewash / Those colors away». Il lento commiato finale è l’organo a pompa suonato da Lofgren e le chitarre acustiche di I Do.

Neil e la sua band restano inconfondibili

La musica finisce, mentre il disco continua a girare. Ed è un bel girare, tutto sommato, quello che sentiamo. Tra alti e bassi, è inutile ricordarlo, la caratura dell’artista rimane intatta. Con i Crazy Horse si sale in alto. E Colorado ci mostra che Young ha ancora da dire. Lo fa a suo modo, certo, ma resta soltanto suo. Inconfondibile.

Neil Young and Crazy Horse – Colorado
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Tore Sansone

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Sono nato quando uscivano Darkness on the Edge of Town, Outlandos D'Amour, Some girls e Blue Valentine. Quasi a voler mostrarmi la strada. Ora leggo, scrivo, suono e colleziono vinili.

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