Recensione: Norah Jones - Begin Again
Blue Note - 2019

Recensione: Norah Jones – Begin Again

Giunta all’ottavo disco, Norah Jones è ancora in grado di sorprenderci con Begin Again.

Recensione: Norah Jones - Begin Again

Blue Note – 2019

Al di là del clamoroso successo di pubblico (l’album di esordio Come Away with Me ha venduto l’incredibile cifra di 25 milioni di copie) bisogna riconoscere a Norah Jones un’intelligenza musicale fuori dal comune, fatta soprattutto di scelte mai scontate o ripetitive. Dopo il deludente (nonostante la presenza di Wayne Shorter) Day Breaks, l’ottavo album dell’ormai quarantenne cantante newyorchese conferma questa attitudine, anche se Begin Again è più una breve raccolta di singoli (nemmeno trenta minuti) registrati nel corso di questi anni, che un disco vero e proprio.

La produzione di Begin Again

Due i produttori coinvolti: Jeff ‘Wilco’ Tweedy in A Song with No Name e Wintertime,  due brani piuttosto impalpabili e prevedibili, in un classico stile alt-country. E Thomas Bartlett (producer dell’ultimo St. Vincent) che lascia un segno decisamente più convincente, sia nella pulsazione iniziale di My Heart Is Full che diventa imprescindibile al primo ascolto, così come nella sorprendente Uh Oh dal lento e irresistibile dispiegarsi.

I momenti migliori del nuovo disco di Norah Jones

Ma i risultati migliori Norah li ottiene da sola: nell’ipnotico pianoforte del brano che dà titolo alla raccolta, degno della miglior Suzanne Vega, nell’esile trama dall’incedere gospel di It Was You, in Just A Little Bit, con la tromba di Dave Guy e il sax di Leon Michels  (entrambi Dap-Kings, il gruppo che accompagnava Sharon Jones) che evocano sonorità da ‘possible music’ di Jon Hassell nell’episodio migliore che chiude degnamente un disco davvero sorprendente.

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Danilo Di Termini

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Da ragazzo ho passato buona parte del mio tempo leggendo libri e ascoltando dischi. Da grande sono quasi riuscito a farne un mestiere, scrivendo in giro, raccontando a Radio3 e scegliendo musica a Radio2.

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