ATO - 2016

Recensione: Okkervil River – Away

ATO - 2016

ATO – 2016

Sul finire degli anni ’60 era consuetudine che gli artisti rock cambiassero profondamente il corso della propria musica da un disco all’altro. Alcuni risultavano quasi irriconoscibili nell’arco di due-tre anni (si pensi al Tim Buckley di Goodbye & Hello e a poi quello di Starsailor).

I loro nipoti del XXI secolo si muovono in modo più cauto, anzi a volte restano pressoché immobili (come la Handsome Family di cui abbiamo parlato da poco). La ragione di tale cambiamento può essere definita  ‘geografica’. Un tempo si aveva davanti  un enorme mondo sonoro tutto esplorare e si correva per raggiungere luoghi sempre nuovi; oggi ogni regione  risulta mappata e chi  trova un angolino confortevole per la propria espressività lì resta.

Un mutamento di tono rispetto ai lavori precedenti

Il caso di Will Sheff e dei suoi Okkervil River è più specifico, con variazioni da un lavoro all’altro mai clamorose eppure ben percepibili. Si pensi a Don’t Fall In Love With Everyone You See (2002), con il suo torrenziale senso del tragico, e a The Silver Gymnasium (2013), autobiografia dei complicati anni giovanili di Sheff in chiave Springsteen-nerd.

I toni di Away sono invece sommessi e sinuosi, per quanto il disagio resti un elemento fondante. Il lavoro si articola in una sequenza di tenui ballate che di primo acchito paiono inconsistenti, poi suonano elusive-ma-intriganti e infine attraggono con discrezione nel loro elegante esistenzialismo  orchestrale. Come riferimenti si possono citare il Tim Hardin di Suite For Susan Moore And Damion (ad Hardin  Sheff dedicò l’album Black Sheep Boy) oppure lo stralunato e amaro Tom Rapp di Stardancer e Sunforest.

Anche nella maturità Will Sheff resta piuttosto problematico

Il tema del disco sembra essere l’inevitabile dissoluzione delle cose, delle persone e delle storie, inclusa quella degli stessi Okkervil River. Solo in un paio di momenti ritorna in scena la carica verbale delle origini,  mentre quasi ovunque il tono è pacato (o rassegnato?) come ad esprimere la saggezza disillusa della maturità. Maturità problematica s’intende, perché Will Sheff sereno non sarà mai.

Qui finirebbe la recensione, non fosse che, per quanto mi concerne, è strano parlare di saggezza a proposito di Will Sheff, uno che nel 2007 iniziò un’intervista  dicendomi, senza guardarmi, “Voglio precisare subito che sono più importante di Dio”. Replicai qualcosa del tipo “Certo, ma lo era anche John Lennon” e a quel punto lui si accorse di me attraverso le spesse lenti.  

7,4/10

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