Orville Peck - Pony
Sub Pop - 2019

Recensione: Orville Peck – Pony

Orville Peck, il country man con la maschera e con un’altra particolarità…

Orville Peck - Pony

Sub Pop – 2019

I referendum musicali di fine 2019 nemmeno si vedono in lontananza, ma per il titolo di personaggio dell’anno già  ora sembra non esserci più partita. Orville Peck è destinato a vincere a mani basse. In un mondo popolato da rapper disadattati, cantautori/autrici con psicanalista al seguito e genietti solipsisti che incidono dischi interi in camera da letto, ecco finalmente qualcuno che si distingue con una scelta di immagine (e suono) tonica e al tempo stesso enigmatica.

L’immagine di Orville Peck

Intanto Orville Peck non si chiama davvero così e i suoi dati biografici restano nel vago. Sappiamo soltanto che ha vissuto in luoghi diversi fra Stati Uniti e Canada e che – beato lui – si è occupato solo di attività artistiche. Anche i tratti del volto restano parzialmente coperti da una maschera dalle lunghe frange. Non si tratta di un’idea originale, visto che la ebbe già, una quarantina d’anni or sono, il misconosciuto Jimmy “Orion” Ellis. Ma se allo sfortunato Orion l’idea portò solo una notorietà di nicchia e anche un po’ paranoide, Orville Peck sembra attrezzato per gestire bene l’interesse da lui suscitato. Lo dimostrano i curati videoclip e le fluviali interviste all’insegna del “dico ma non dico”.

La musica di Orville Peck

Se è una maschera a coprire il volto, a proteggere la testa del nostro c’è uno Stetson. Sì perché la musica dell’album d’esordio, Pony, è essenzialmente country e l’epopea raccontata è quella del vecchio West. Ma con tocchi di novità.

Dunque, i referenti più ovvi sono Elvis Presley (in versione rurale, ovviamente), Johnny Cash, Marty Robbins e Merle Haggard. Quanto a Roy Orbison, eccolo entrare in scena non appena la voce sale in alto. Se questi sono i padri, non vanno dimenticati zii  un pochino più giovani, e più foschi, che si palesano quando le atmosfere si tingono di un’oscurità fra Sisters Of Mercy e Joy Division (anche se l’interessato sostiene di preferire i New Order). Una vernice di marca Lynch-Badalamenti provvede infine a creare un efficace effetto di onirica luccicanza. Può sembrare tutto artefatto,  eppure la cartolina musicale dai colori saturati che Orville Peck spedisce da un tramonto sulla Monument Valley non manca di fascino straniante. Forse anche di ironia.

Il vero elemento di novità di Pony

Inevitabilmente, sono il melodramma dei sentieri selvaggi e l’epica del cowboy solitario a permeare i testi delle canzoni. Con una variazione di non poco conto.  Sì perché in questo contesto di norma molto macho entra in scena un tipo di desiderio che Alan Ladd e John Wayne non avrebbero apprezzato. E così nel buio che cala su Carson City e sulla prima canzone del disco (Dead Of Night), accade che l’eroe a cavallo abbia i seguenti pensieri lubrichi: “Vedo i ragazzi che mi passano accanto/ Vedo i ragazzi che mi passano accanto / Ce n’è abbastanza perché un uomo giovane…”

Quale futuro per Orville Peck?

Riepilogando: il personaggio è forte, le canzoni sono credibili anche nel loro citazionismo e non manca la nota ‘scandalosa’ (è nato il “queer contry”?) . Resta da vedere quali scenari sceglierà di visitare nel prossimo futuro Orville Peck. Il rischio per lui è quello di restare imprigionato in un cliché caricaturale. Quanto alla maschera, potrebbe logorarsi in fretta, anche se pare che Peck ne possegga ben 11, tutte con le frange ovviamente.

Orville Peck - Pony
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Antonio Vivaldi

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Giornalista musicale di pluriennale esperienza, ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". E' stato uno dei curatori della riedizione, nel 2017, degli album di Rino Gaetano. Fa parte della giuria del Premio Piero Ciampi. Si occupa di eventi di vario tipo dedicati alla musica rock.

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