Pere Ubu - The Long Goodbye
Cherry Red Records - 2019

Recensione: Pere Ubu – The Long Goodbye

Ultimo disco per i Pere Ubu?

Pere Ubu - The Long Goodbye

Cherry Red Records – 2019

Senza andare a scomodare Alfred Jarry a cui i nostri devono il supponente moniker, è inutile dire che nonostante siano passati 40 anni, i Pere Ubu son quantomai contemporanei nelle loro patafisiche esternazioni. E David Thomas rimane gargantuesca incarnazione di un epoca che non tornerà più se mai c’è stata. Allora pare che il chandleriano titolo The Long Goodbye abbia sia il significato di omaggiare il romanzo che già vide Marlowe farsi protagonista. E, al tempo stesso, sia l’addio della band alle scene ma sugli addii annunciati io ho sempre parecchie perplessità di carattere markettistico.

The Long Goodbye

Pare inoltre che il lavoro origini da una post-degenza di Thomas a seguito di non precisato intervento che si è snodata attraverso il terapeutico uso di aggeggi elettronici, un accordion e la voce. Quest’ultima strumento a se stante nei Pere Ubu è sempre stata e che quindi la sinopia di queste canzoni sia nata come catarsi e guarigione suona credibile. Nello stesso periodo il Thomas dichiara di aver ascoltato molta nuova musica ma, visto il risultato, sarei molto curioso di sapere quale.

Continuità e novità per i Pere Ubu di The Long Goodbye

Comunque si tratta di disco assolutamente fuori da altri schemi, forse persino da quelli della band medesima. Lo si evince dall’iniziale quasi dance What I Hear On A Pop Radio,  modernissima danza che richiamerà alle orecchie più pelose i Devo primigeni e che dissona e distona come ci si aspetta dalla biografia sonora del Pere.  A seguire l’omaggio più pleonastico, Marlowe. Un’elegia distonica, quasi Residents, efficace quanto un incubo post prandiale.

Pere Ubu – The Long Goodbye: un ascolto perplesso

Flicking Cigarette At The Sun torna su confini post rock, declamatoria e fuorviante, quasi P.I.L.  Road is a Preacher non nasconde la sua natura sotterranea, per chi coglie il riferimento. Who Stole The Sign Post è un blues intonato su una base che pare preregistrata mentre The World (As We Can Know It ) ha un incedere lumachesco.

 

A questo punto del disco si comincia, da ascoltatore, ad accusare una certa spiacevole sensazione. Ovvero che ci si trovi davanti quasi ad un dovere calendarizzato che non ad una vera e propria volontà di essere ascoltati e non solo sentiti… Si cerca quindi di proseguire il compito affrontando Fortunate Son e il discorso non cambia di molto. Mi spiego: o si accetta l’idea di un disco da ascoltare sapendo alla perfezione la lingua per godere della narrazione (oppure leggendo i testi…) o è meglio soprassedere anche per i più affezionati alla band. The Road Ahead con i suoi 9 minuti è un auto da fé che vorrebbe essere industrial ma no. Si conclude con Skid-row On Sea e Lovely Day che nulla tolgono o aggiungono a questo The Long Goodbye che ci si augura chiuda un ciclo autorefenziale di Thomas e ne riapra uno ex novo alla band perché i motivi ci sarebbero…

Pere Ubu - The Long Goodbye
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Marcello Valeri

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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che , invece, i musicisti adorano.

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