Protomartyr - Relatives In Descent | recensione
Domino - 2017

Recensione: Protomartyr – Relatives In Descent

Protomartyr: i fantasmi del disastro.

Protomartyr - Relatives In Descent | recensione

Domino – 2017

Città dai disastri certi (spopolamento, bancarotta del 2013) e dalle  rinascite incerte (una è in corso ora), Detroit è il luogo ideale per produrre un gruppo come i Protomartyr. Ha anche prodotto decine di musicisti importanti da Aretha Franklin a Eminem – oltre all’etichetta Motown – e pure questo qualcosa significa.

Protomartyr o dell’inconoscibilità della natura

I Protomartyr sono apocalittici. Apocalittici ed epici,  come i Godspeed You! Black Emperor. Solo che i rabbiosi  canadesi sono solamente strumentali, mentre i Protomartyr snocciolano un sacco di parole.  E più che rabbiosi si propongono come visionari. Non a caso le canzoni di Relatives In Descent (quarto prodotto discografico) sono frequentate da molti fantasmi o da personaggi comunque elusivi. Su tutti la figura femminile (”She’s just trying to reach you”) che compare nel finale della prima canzone, A Private Understanding, così come dell’ultima, Half Sister.

La ritmica è potente, i riff di chitarra guizzanti o guerreschi e la voce di Joe Casey (autore anche dei testi) si produce in quel cantato-parlato che annovera maestri importanti come Mark Stewart del Pop Group e Mark E. Smith dei Fall (ma anche il Nick Cave recente è in tal senso un punto di riferimento). Questo l’ambito sonico dei Protomartyr su cui si innestano testi ricchi, come detto, di immagini visionarie e tuttavia perfette nel tratteggiare il nitido quadro di una natura inconoscibile e non troppo amica. E di un mondo che spinge ai margini i diversi e porta al proscenio le “blasting trumpets”, le trombe squillanti, con assonanza percepita da molti fra trumpets e Trump.

A dispetto dei temi  Relatives In Descent riesce a essere ‘godibile’

Si potrebbe immaginare, volendo temere, un disco roccioso, spigoloso, pesante. Non è così. I pezzi  sono 12 per una durata complessiva di circa 43 minuti. Rispetto al precedente The Agent Intellect si nota, grazie anche alla produzione di Sonny DiPerry, una maggiore attenzione alla timbrica e ai dettagli strumentali. Ogni pezzo è ricco di cambiamenti, di trovate interessanti. Up The Tower, per citarne uno, parte come un invito all’headbanging, poi lascia spazio a un inciso quasi melodico e persino rassicurante nelle parole (“Open up the window/ Let the light in”) salvo poi portare alla ribalta la voce  che spara all’impazzata la frase “throw him out”.

Lasciano il segno anche Male Plague (sul maschilismo) con il suo coro quasi hardcore, e Night-Blooming Cereus dalle atmosfere sospese e dal  messaggio ambivalente: “Only in darkness does the flower take hold/ It blooms at night”.  I fiori che attecchiscono e sbocciano nella notte (e nessuno vede) sono il segno della morte definitiva del nostro mondo? Oppure rappresentano un inizio, ancora nascosto, di speranza?

In realtà tutto il disco è sorprendentemente godibile, anche a prescindere dalla comprensione dei testi. Che non trovate nella confezione del cd o del vinile standard, ma solo in quella deluxe, e la cosa irrita un po’ (li potete comunque leggere in rete con tanto di commento da parte di Casey). A parte il piccolo dettaglio fastidioso, Relatives In Descent va considerato uno dei migliori dischi del 2017. Anzi, uno di quelli che sagomano, anche concettualmente, l’annata.

Protomartyr - Relatives In Descent
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