The Great Tragedy - Winter Dance Party 1959 | Recensione
Bear Family - 2019

Recensione: The Great Tragedy – Winter Dance Party 1959

The Great Tragedy e il giorno in cui morì la musica.

The Great Tragedy - Winter Dance Party 1959 | Recensione

Bear Family – 2019

The Great Tragedy – Winter Dance Party 1959 è un disco straordinario sotto ogni punto di vista: idea di partenza, ricerca, organizzazione del materiale, impaginazione e note.  Con in più un tocco di affettività e, cosa ancora più importante, la capacità di trasferire chi ascolta nel lì e allora di quel 3 febbraio 1959, “il giorno in cui morì la musica”(1). Quindi subito una menzione d’onore per i tre personaggi – dal nome invero poco rock’n’roll – che hanno curato questo omaggio a un momento che per il rock’n’roll fu fondamentale: Nico Feuerbach, Marc Mittelacher e Katrin Duckhorn (2)

Il Winter Dance Party di inizio 1959

Il Winter Dance Party 1959 è il rock’n’roll tour (3) che nei primi giorni del 1959 vede alcuni idoli giovanili impegnati a regalare gioia danzante e ormonalità ai giovani di stati – allora come oggi – pochissimo alla moda quali Minnesota, Wisconsin e Iowa. E se giovani sono gli spettatori, giovani sono anche i due nomi più importanti in cartellone: 22 anni ha Buddy Holly, appena 17 Richie Valens. Con loro ci sono il più attempato (28 anni…) The Big Bopper e il contingente di pischelli italo-americani di New York costituito da Dion & The Belmonts e Frankie Sardo.

 

Gioia, ballo, divertimento… I primi minuti di The Great Tragedy comunicano proprio questa sensazione. Gli annunci radiofonici del tour, il tono spiritoso di Chantilly Lace, il brano più celebre di Big Bopper, l’eleganza di Heartbeat di Buddy Holly, il contagioso ritmo latino di La Bamba di Richie Valens. Eppure ben poco si stavano divertendo i protagonisti di quel party invernale: l’autobus su cui viaggiano è in condizioni pietose, il riscaldamento funziona poco e male e le temperature esterne sono di parecchi gradi sotto lo zero.

Il momento difficile di Buddy Holly

A essere scontento della situazione è soprattutto Buddy Holly che sta vivendo un momento difficile della sua carriera. Dopo un 1957 ricco di successi, il 1958 lo ha visto commercialmente sottotono. In più soffre il giogo  del manager Norman Petty che lo vorrebbe  melodico, sentimentale e per niente rock’n’roll. Quel tour nelle profondità gelate della provincia statunitense gli sembra davvero un vicolo cieco, la rappresentazione di un fallimento. Dopo il concerto del 2 febbraio a Great Lake, Iowa, Holly decide di trasferirsi con un aereo privato a Moorhead, Minnesota, sede del concerto del giorno seguente. Non è certo uno che abbia paura di volare. L’inquietante traccia numero 13 dell’album ce lo fa ascoltare intervistato da Alan Freed (4) mentre racconta divertito dei tanti aerei che gli è toccato prendere nel corso della sua carriera.

La tragedia del 3 gennaio

Il Beechcraft Bonanza, pilotato dal ventunenne, e probabilmente inesperto, pilota Roger Peterson può trasportare solo tre passeggeri. Holly vorrebbe portare con sé i suoi due strumentisti Waylon Jennings (5) e Tommy Allsup. Le cose vanno diversamente.  Il testa e croce di una monetina fa sì che Valens prenda il posto di Allsup, mentre Big Bopper, facendo valere la propria anzianità, convince Jennings a restare a terra. Jennings però è scontento e quando Holly gli dice di sperare che il maledetto autobus si guasti definitivamente, risponde: “E io spero che il vostro aereo si schianti”. Una frase che gli peserà per tutta la vita (6).

Le condizioni climatiche sono terribili non solo sulle strade ma anche nei cieli dell’Iowa e il piccolo velivolo si schianta  in un campo poco lontano da Mason City, la località da dove era decollato nei primissimi minuti del 3 gennaio 1959. Nessuno sopravvive. Il rock’n’roll ha i suoi primi eroi morti e forse sta morendo lui stesso. Non sarà così, ovviamente.

La parte centrale di The Great Tragedy è scandita dai comunicati radio che annunciano la morte delle tre star per poi raccontare un fatto poco noto. Il Winter Dance Party prosegue comunque, senza saltare neppure la data di Moorhead. Qui vengono convocati d’urgenza ragazzi alle prime armi, fra cui la futura star Bobby Vee,  ed è Jennings a interpretare i pezzi di Holly.

Le ultime canzoni di The Great Tragedy

Il  finale dell’album è crepuscolare con i tributi musicali dedicati, nel corso del 1959, ai tre scomparsi. La Three Stars di Eddie Cochran potrebbe essere definita caramellosa non fosse che, solo 15 mesi dopo, l’autore di Summertime Blues sarebbe salito pure lui, causa incidente stradale, nel pantheon ancora semivuoto degli angeli rock (7).Verso il finale ritorna la voce di Buddy Holly con uno dei suoi classici. That’ll Be The Day, ed è ancora un pezzo che, a dispetto dell’aria scanzonata, suona tristemente presciente: “Quello sarà il giorno in cui morirò”.

Un’ultima considerazione. Il fascino oscuro della vicenda fa passare in secondo piano un fatto: nelle sue 40 tracce The Great Tragedy è anche un disco godibilissimo. Immortala un momento in cui il rock’n’roll ha perso la sua iconoclastia iniziale e si sta trasformando ma anche infiacchendo. Avrebbe certo ricevuto nuova linfa dal brio latino di Richie Valens e, soprattutto, nuove geometrie autoriali dal genio di Buddy Holly. Dunque un po’ morì, salvo rinascere di lì a pochi anni grazie alle forze d’invasione arrivate attraverso l’Oceano Atlantico che, non a caso, portavano sull’elmetto il volto del rocker con gli occhiali.

The Great Tragedy - Winter Dance Party 1959
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(1) La frase “The day the music died” compare nella canzone American Pie (1970) di Don McLean.

(2) I tre lavorano per l’emerita etichetta tedesca di ristampe Bear Family.

(3) A quell’epoca e per diversi anni ancora i concerti vedevano una sequenza di artisti esibirsi uno dopo l’altro nel corso di brevi set.

(4) Il dj Alan Freed ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione del rock’n’roll presso il pubblico statunitense. La sua carriera venne stroncata da un “payola scandal” (scandalo delle bustarelle).

(5) Waylon Jennings diventerà negli anni ’70 uno dei protagonisti della scena musicale hony-tonk.

(6) Le informazioni sull’incidente aereo del 3 gennaio 1959 sono tratte da volume Number One In Heaven di Jeremy Simmonds (Penguin Books, 2006). 

(7) Eddie Cochran muore il 17 aprile 1960 a Chippenham, nel sud dell’Inghilterra, quando l’auto su cui sta viaggiando si schianta contro un lampione. Nell’incidente resta ferito un altro rocker di grido, Gene Vincent.

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Antonio Vivaldi

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Giornalista musicale di pluriennale esperienza, ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". E' stato uno dei curatori della riedizione, nel 2017, degli album di Rino Gaetano. Fa parte della giuria del Premio Piero Ciampi. Si occupa di eventi di vario tipo dedicati alla musica rock.

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