The Johnny Clash Project Recensione
Rocketman Records - 2018

Recensione: The Johnny Clash Project

The Johnny Clash Project: più che semplici covers.

The Johnny Clash Project Recensione

Rocketman Records – 2018

Non ho mai demonizzato le cover: non di rado c’è più “personalità” in una cover sentita e ben fatta che in molta musica “originale”. E non a caso uno dei migliori dischi del recente panorama italiano – il bellissimo Covers on My Bed, Stones in My Pillow di Swanz The Lonely Cat – è un disco di covers. Con il Johnny Clash Project siamo di fronte quasi ad una esasperazione del concetto, a una sorta di “cover al quadrato”. Anzi, al cubo, visto che l’oggetto è costituito non da una raccolta di brani, e magari di artisti diversi, ma da un intero disco. Il gruppo bolognese ha ripreso per intero il primo album omonimo di The Clash e lo ha risuonato, e ovviamente riarrangiato, nello stile di Johnny Cash. Da qui il gioco di parole che dà il titolo al disco.

I Clash incontrano Johnny Cash

Detta così, l’operazione può lasciare perplessi; ma il risultato è tutt’altro che disprezzabile! E poi l’intento è, per così dire, culturalmente e “sociologicamente” intrigante: suonare pezzi punk nello stile di uno che, se fosse vissuto vent’anni dopo, avrebbe forse anche potuto essere un punk. Siamo sicuri che canzoni come Police and Thieves, White Rio, London’s Burning o I’m So Bored With The USA non avrebbe potuto scriverle anche un “outlaw” come Johnny Cash, se solo fosse vissuto in un altro periodo?

 

Non per niente qui il riferimento musicale è fondamentalmente il Cash fra country-blues e rockabilly. Per intendersi, quello di Ring of Fire e soprattutto quello dei concerti a Folsom Prison e a San Quentin. Anche se in qualche brano fa capolino anche il Cash più intimista e “interiorizzato” delle American Recordings.

La formazione del The Johnny Clash Project

Anche la formazione, e la relativa strumentazione, riproducono quella del Cash “classico” e del suo primo gruppo. Lorenzo Mazzilli voce e chitarra acustica, Paolo Cicconi chitarra elettrica e banjo, Zimmy Martini contrabbasso. Ma qui si aggiungono anche la batteria di Matteo Dall’Aglio, con i suoi controtempi e cambi di ritmo, e in tre brani lo squillante violino del catalano Marc Santò. Immaginiamo che il tutto sia nato come un divertissement per riempire le esibizioni dal vivo del gruppo. E che la reazione del pubblico abbia convinto i protagonisti a trasformarlo in un progetto strutturato, che comprende anche la ricerca – coronata da successo – di un suono “vintage”. E questo carattere di divertissement fondamentalmente rimane anche nel progetto strutturato conclusosi nel disco.

The Johnny Clash Project

L’anima punk del The Johnny Clash Project

Il che, lungi dal costituire un limite, finisce anzi per accrescere la godibilità dell’insieme. Questo “incrocio pericoloso” tra outlaw country-blues e punk ci ha provocato, oltre alla piacevolezza dell’ascolto, anche un effetto collaterale: la curiosità di sapere come suonerebbe un possibile percorso inverso. In altre parole, come suonerebbero le canzoni di Johnny Cash suonate à la mode dei Clash? Ma la voce di Mazzilli è così Cash-like che il risultato non sarebbe probabilmente altrettanto gradevole e credibile.

The Johnny Clash Project
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Renzo Nelli

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“Giovane” ultrasessantenne, ha ascoltato e ascolta un po' di tutto: dalla polifonia medievale all'heavy metal passando per molto jazz, col risultato di non intendersi di nulla! Ultimamente si dedica soprattutto alla scoperta di talenti relativamente misconosciuti.

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1 Response

  1. Aprile 3, 2018

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