Recensione: Wilderness – I’m Not Here
MiaCameretta Records – 2019

Recensione: Wilderness – I’m Not Here

I Wilderness di I’m Not Here: molto più dell’ennesima band post-punk.

Recensione: Wilderness – I’m Not Here

MiaCameretta Records – 2019

Il revival post-punk/new wave, che pareva lanciatissimo nei primi anni ’00, ha ormai segnato il passo, fra band con qualche difficoltà creativa (vedi Interpol) e altre completamente scoppiate (vedi Editors). Quel suono, nelle sue infinite varianti, ha dato vita ad esperienze di rinnovamento molto felici: The xx, per esempio, o in tutt’altra maniera i Protomartyr hanno saputo farne qualcosa di nuovo e vitale. Inoltre, al di sotto del mainstream, ci sono tante band che guardano agli anni ’80 alternativi all’electro-pop per trovarvi una fonte di ispirazione. I Wilderness sono almeno in parte ascrivibili a questa interessante galassia. Si dà il caso che siano italiani della provincia di Frosinone. Sono quattro: Emanuele Tanzi, Gianluigi Rocchi, Dimitri Petrucci e Maurizio Tomaselli. Hanno all’attivo un album uscito nel 2017, Light After The First Dive. E ora per la casa discografica MiaCameretta Records escono con l’ambizioso I’m Not Here. L’ambizione è peraltro ben riposta perché, diciamolo subito, I’m Not Here è un disco notevole.

Le influenze dei Wilderness

Sono molte le suggestioni che mi pare di ricevere dalla musica dei Wilderness. Prendiamo una traccia come Copenaghen, che con la batteria marziale e gli echi delle chitarre è immediatamente qualificabile come post-punk.

Ma certo i quattro Wilderness hanno ascoltato tanto i Velvet Undergound, che vengono fuori in alcuni momenti, per esempio nella conclusiva Youth #2. E forse è colpa di chi ascolta, però in The Sea Is My Brother si coglie qualcosa delle atmosfere degli indimenticabili Died Pretty.

Le canzoni di I’m Not Here

Il fatto che I’m Not Here suoni compatto pur richiamando piacevolmente tante band differenti è un merito dei Wilderness. Che certamente hanno un bonus nella voce di Emanuele Tanzi, profonda e decisamente al di sopra della media. Sebbene il pregio maggiore del disco stia nella qualità delle sue canzoni, che poi a conti fatti è tutto ciò che conta.

Le celebrità  scoppiate della nu-new wave potrebbero pagare oro per avere in repertorio la già citata Copenaghen, ma anche Weird Boys Don’t Go To Sleep e Haiku spiccano immediatamente per costruzione melodica e arrangiamenti. Insomma, un disco senza difetti, se non quello di uscire nell’Italia che discute di Sanremo.

Wilderness – I’m Not Here
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Marina Montesano

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