Zola Jesus Okovi recensione
Sacred Bones - 2017

Recensione: Zola Jesus – Okovi

Zola Jesus: le catene di Okovi.

Zola Jesus Okovi recensione

Sacred Bones – 2017

Okovi, in slavo significa catene, è il nuovo album di un personaggio, a tratti inquietante, ma con un suo discutibile perché. Definito da una certa stampa britannica “l’album più macabro dell’anno”, Okovi segna il ritorno di Zola Jesus a tre anni di distanza dal poco apprezzato Taiga.

Zola Jesus e l’arte della pesantezza

Nika Roza Danilova, in arte Zola Jesus, non si è mai risparmiata in sperimentazioni e artifici stilistici segnati da un’inequivocabile lato dark-depressivo. L’artista americana di origini russe, non ha mai scalato le classifiche e se ci ha provato il risultato è stato deludente.

La signorina Jesus inizia a comporre e a sperimentare precocemente. I primi lavori ufficiali mostrano le intenzioni già dai titoli: Stridulum (2010), considerato da NME un capolavoro dark e  Conatus (2011).

Tra dolori esistenziali e introspezioni musicali infarcite da sofferenze personali, l’artista viene incasellata in un genere cangiante. Qualcuno parla di Lo-Fi-Gothic, altri rispolverano il termine No-Wave. In ogni caso si capisce che un valore artistico c’è, nonostante il successo di pubblico sia relegato a una nicchia di fan.

Zola Jesus sa come maneggiare diversi strumenti e riesce ad assemblare brani o persino suite in cui si coglie una personalità di un qualche spessore. Il problema è la mancanza di crescita e anche i dischi degli ultimi anni, Versions e Taiga, non spostano di tanto la cifra stilistica originaria. Atmosfere cupe e tenebrose continuano a popolare i brani proposti e la pesantezza dell’insieme diventa un marchio di fabbrica.

Okovi. Più o meno la solita storia

E anche stavolta il mondo “emo” esulterà. Dopo un (altro?) periodo difficile, Zola Jesus si isola nelle campagne del Wisconsin, dove è cresciuta, per partorire un nuovo capitolo intriso di difficoltà personali accompagnate da adeguate atmosfere. Il contatto con la natura, il dolore della perdita e i traumi che hanno segnato la vita della nostra vengono serviti su un piatto grondante di suoni ridondanti rigorosamente in “minore”.

 

In mezzo a questo macabro banchetto spiccano due “canzoni”. L’ascoltatore non avvezzo al genere, dopo essersi annoiato nella migliore delle ipotesi, può risvegliarsi e pensare a quando Björk era una cantante quasi pop. I brani in questione sono Soak e Veka. Due piacevoli intermezzi industrial- elettronici che fanno pensare che, volendo, anche Zola Jesus un giorno ce la potrebbe fare. Ma sono due pezzi su undici. Troppo poco al momento. La depressione è una malattia,  non tutti i “matti” diventano automaticamente “artisti”e il “famolo strano” ha già fatto il suo tempo.

Zola Jesus - Okovi
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Ha suonato con band punk italiane ma il suo cuore batte per il pop, l’elettronica, la dance. Idolo dichiarato: David Byrne. Fra le nuove leve vince St. Vincent.

Mauro Carosio

Written by

Ha suonato con band punk italiane ma il suo cuore batte per il pop, l’elettronica, la dance. Idolo dichiarato: David Byrne. Fra le nuove leve vince St. Vincent.

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