sleaford mods 2015

SLEAFORD MODS – KEY MARKETS (Harbinger Sound – 2015)

sleaford mods 2015

Il nuovo punk degli Sleaford Mods

Ritorna, aumentando la posta in gioco, la band più incazzata della Gran Bretagna e porta in mano lo stendardo dell’insoddisfazione della classe dei lavoratori senza futuro. E lo dice senza mezzi termini. Accorciando i vuoti tra una canzone e l’altra come fosse un unico discorso. Sputando in faccia alla politica, alla bassezza e alla rassegnazione della cultura, al mondo in generale.

 

La maggior parte delle canzoni viene fuori da discussioni al pub o in ufficio, le quali, di sicuro, risultano brutali ma alla fine sono la puzza sotto il naso che s’appiccica addosso a quella middle class che tali situazioni non conosce, non ha mai provato o finge di conoscere. Sembra che Andrew Fearn e Jason Williamson siano più contenuti nei suoni, non certo nelle parole, rispetto a Austerity Dogs (2013) e all’osannato Divide And Exit (2014), ma le viscere sono avvelenate da quel ritmo nervoso, ansiogeno e ribelle, paladino della disillusione e graffio da strega in faccia ai benpensanti. E’ un pò come dire: “A tutti i cazzoni del mondo, la speranza non è l’ultima morire, le avete già sparato nel buco del culo su verso la testa per farle schizzare il cervello”. In Key Markets non cercate nulla: inutili i paragoni fatti da alcuni critici con i Public Enemy, new and old punk, pop contemporaneo e quant’altro.

 

Stiamo scherzando?

“Usano le loro Fender Startocaster mentre il mondo giace sotto una valanga di merda … Prendi quel poco della tua cazzo di voce che t’è ancora rimasta, un minimo di strumenti, sbattiti a calci in culo fuori di casa e osserva. Poi rientra e siediti da qualche parte o fai quello che cazzo ti pare, ma butta giù qualcosa circa questa situazione dove tu navighi in apnea invece di conformarti all’aristocrazia di questo rock che racconta solo puttanate. Che senso ha? Che cazzo significano le parole che i ‘mostri sacri’ stanno usando?”. Certo, “non fatevi illusioni”, spiega Williamson, “sul palco la mia rabbia è al 60% mia sul serio e al 40% performance. Non può essere diversamente.”

“A scuola dovevo sempre fare lezioni extra perché avevo problemi d’articolazione delle parole, inoltre ero un perfetto ragazzaccio, espulso dopo che mi beccarono a forarmi le orecchie al cesso mentre, simultaneamente, partecipavo a una gara di sputi. Così son finito a lavorare per un anno in una fattoria, prima di tornare a studiare inglese e arte drammatica. Il tutto fra un cd dei Jam e uno dei Wu-Tang Clan.” Tra i 20 ed i 30 anni, Williamson passa da un lavoro all’altro e da una band all’altra senza trovare quello o quella giusta, nemmeno nella sua permanenza a San Francisco dove, parole sue, “mi rompo le balle da mattino a sera.” Ed ecco la sua vita prendere la direzione sbagliata: diventa cocainomane mentre è disoccupato. “Vivevo tra birra e droga sputtanandomi subito nei primi giorni del mese il sussidio di disoccupazione. Ho fatto di tutto: dal confezionatore di mutandine per Playboy a tutti gli impossibili e inimmaginabili lavori di merda che possono passarti per la testa … Guadagnavo 850 sterline e ne gettavo via 450 per l’affitto e gli altri mi servivano per pagare le bollette, per le mie “Special Brew” o per la pasta con il tonno.  […] Un cazzo di giorno, arriva il miracolo, mentre stavo sprofondando troppo comodamente  e profondamente le chiappe nel divano: tutte le mie frustrazioni convergono in un unico punto: penna, foglio e scrittura”.

Attenzione, però, a non identificare Williamson come un working class hero. 

“Ho letteralmente mandato a quel paese Q  perché volevano facessimo una versione in playback dei Pet Shop Boys. E che c’entriamo noi con loro? Che se le  facciano da soli le loro canzoni-cliché!” Eppure Divide and Exit li aveva portati a collaborazioni con Leftfield e, addirittura, coi Prodigy e sui palchi di tutta Europa e Usa. Quindi? Quindi niente! Gli Sleaford Mods vanno oltre. Invece di sopire la loro ‘verbosità’ se ne fottono letteralmente, anzi, in Key Markets, nome del vecchio mercato che stava sotto casa di Jason e che ora è diventato uno di quegli ecomostri simbolo del capitalismo ultra, la portano agli eccessi. Libertà e profondità, queste le loro keywords: libertà totale di espressione e movimento e profondità dei testi.

 

Vediamoli, allora, questi testi e raccontiamo questo cd nei suoi 11 comandamenti:

  1. Hanno un genere prevalente? No. Funky, rap, hip hop, post punk, sintetico, plastico, metallico, noise. Frulla e bevi ovvero sputa e vattene;
  2. Sono noiosi? Vaffanculo!;
  3. Sono isolati? Sicuro! Sono originali proprio per questo.
  4. Sono sudati? In che senso?
  5. Sono minimalisti? No!
  6. In quale luogo si possono ascoltare? Contro qualcuno.
  7. Hanno un fine? Si, dopo le ultime note di “The Blob”;
  8. Per chi è questa musica? Per i manager, i politici, i preti, i tutori della legge, i vetero-capitalisti, gli annichiliti del neo-capitalismo, coloro che applicano quotidianamente il mobbing e le malvagie psicologie a danno del lavoratore e di chi un lavoro non ha, i barbari capitalisti in genere, gli “a far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo personale”, gli affluenti dei torrenti Vasco e Liga, i cerimoniosi del casting, i cultori dell’ X-Factor Power, del The Voice Power e similari, gli abbienti per disonore, i magna-magna, gli egoisti ricchi e poveri, i fascio-comunisti, i comun-fascisti, i distruttori di vite, le famigliuole (dentro i fast food, dentro i supermercati, nelle macchinate degli amiconi che parlano e mettono in sottofondo la musica), gli italiani e simili di tutto il mondo, i patrioti, i chiaroveggenti. Il filone spero sia chiaro.
  9. Che cosa vogliono dire i testi, insomma? Avete messo mai insieme le parole (lette, ovvio, in inglese) Ebola e Motorola? Fanno rima e va bene così. Corroborare il tutto grazie ad un boato di strada UK, ultra pungente come il peperoncino che ti fa lacrimare il naso e gli occhi. Assaporarlo tenendoselo in bocca e passandoselo da un lato all’altro. This is rant music: a completely new style. L’accento delle East Midlands, le parole declamate in modo ansiogeno. “Sgancia moneta, caccia il denaro, amico, compila il questionario e se non ci riesci t’aiuterà il sottoscritto” dice Face To Faces. Il nocciolo della questione è la classe operaia e lavoratrice presa a scarpate in faccia dalla politica, Musica sbraitata e rimata (poco), incastonata nei suoni impossibili di Andrew Fearn, eppure eseguita con  precisione millimetrica. Fra i bersagli ci sono politici come  Ed Miliband, leader dei Labour che si è dimesso l’8 maggio 2015  dopo la sconfitta del suo partito. “E’ arrivato al vertice con le bastonate, ma non  è questo il punto, è il cinguettio di una mignotta che vuole la nazione ridotta con le pezze al culo”. Altri strali sono diretti verso i due Blur Alex James e Dave Rowntree, il primo produttore di costosi formaggi, il secondo impegnato in una modesta carriera politica ‘parallela’. Tarantula Deadly Cargo è trascinante e può sembrare o meno una barzelletta su cui riflettere. No One’s Bothered è la canzone più vicina al punk anni ’70, sebbene sia costruita su un trabocchetto di Fearn: “Tre minuti di melodia punk con un loop di pochi secondi ed una chitarra che fa quello che non si dovrebbe mai fare. Fregati? Anch’io!”  confessa Jason Williamson. Certo, non sono sicuramente neo-punk ma ne portano le basi: rabbia, scontento, crudezza, dark humour, voci sgradevoli, sputi e sudore.
  10. Che cosa m’ha colpito di Key Markets? L’irriverenza, la testardaggine geniale di Jason e l’intelligenza di Fearn come produttore nel “riempire gli spazi vuoti” lasciati da parole tanto assillanti. Proprio come nell’esercizio di teatro dove non devi mai lasciare spazi vuoti, inutili, piuttosto inutilizzati, ma solo se hanno un senso. C’è poi l’utilizzo del vernacolo regionale, la specificità dei racconti e dei luoghi, il microcosmo, la zonalità ultraristretta ma contestualizzata nei clichés globali che ritrovo, in primis, in questi versi: “E’ corretto analizzare, in senso generico e generale, la macchina del capitale, il suo modo di lavorare ed il suo significato? Gli articoli inutili che si sprecano su questo, il mondo massmediatico che ruota intorno ai dibattiti-fiume politici e tutto ciò che si portano dietro sono maledettamente privi di ogni logica e di ogni spiegazione, amico!”. E non si può dimenticare In Quiet Streets, dove Williamson declama su una musica ridotta all’osso: “La crisi, in realtà, non è una rottura fisica, è il tuo corpo che cerca di sfuggire alle regole inutili.”
  11. Un bel brutto finale. Williamson, da punk singer, lotta contro il potere che ci opprime. E non molla l’osso. Adrenalina al cuore. Face To Faces, una delle migliori, parla dell’immondizia alla luce del sole che sono i politici e Bronx In A Six si rivolta contro quelli che fanno gli intellettualoidi e, di conseguenza, amano solo la propria cultura. La risposta  è velenosa: “Se questa fosse la cultura, allora vaffanculo la cultura!”

9/10

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Gian Luca Valentini

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Fagocitatore di musica da quando aveva 5 anni grazie ad una famiglia sempre aggiornata. Scrive o ha scritto per Inchiesta, per Canadian Music Centre, per Los Angeles Music Centre ecc ed è onorato di essere qui fra quelli che considera i suoi eroi della penna. È Showrunner e regista nonché sceneggiatore.

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