Two Gallants-We Are Undone

TWO GALLANTS – WE ARE UNDONE (ATO/PIAS – 2015)

 Two Gallants-We Are Undone

di Antonio Vivaldi

A volte pensi di ricordare male, di avere costruito un mito discografico alla prova dei fatti giustificabile solo  sotto forma di memoria selettiva che tiene il bello ed elimina il brutto. Succede con le faccende sentimentali e magari succede anche con quelle musicali. Invece, nel caso di What The Toll Tells dei Two Gallants il riascolto nove anni dopo  dice che non c’era trucco e neppure inganno. Si tratta di un lavoro definibile forse come folk-punk e inseribile senza forse nei Top 100 degli anni ’00: viscerale, trascinante, oscuro, visionario, straziato, rancoroso… aggettivi di rado utilizzati per una  scena musicale contemporanea che, specie nella sua versione fra roots e canzone d’autore, spesso tende alla lamentazione egoriferita.  Dopo un simile exploit, Adam Stephens (voce, chitarra) e Tyson Vogel (batteria) sono andati fatalmente in calo. Diciamo che, seguendo un percorso opposto rispetto a quello usuale, sono diventati derivativi mentre prima non lo erano. Sempre validi, è vero, e sempre emozionanti dal vivo, ma all’interno di una dimensione rock-folk-blues-per-i-tempi-moderni   che li fa sembrare fratelli minori di altre formazioni a due assai più note come White Stripes e Black Keys. Per fortuna We Are Undone ferma la banalizzazione e invia piccoli segnali di novità. Il produttore Karl Derfler aggiunge  un po’ di lucido sulle parti di chitarra elettrica, inserisce nel punto giusto il siparietto acustico di Katy Cruelly, rende fluido e quasi da classifica il roots-rock di Fools Like Us e, tutto considerato, confeziona il lavoro più vario e scorrevole nella carriera dei Due Galanti. Piaccia o meno, questa evoluzione ‘mainstream’ è comunque un modo per andare oltre le secche creative dei due dischi precedenti, cercando magari di far balenare qualche scintilla degli antichi furori sonici (Incidental) e testuali (We Are Undone) oppure di rimodellare una carica vitale ancora considerevole  in forme quali la dolente ballata pianistica There’s So Much I Don’t Know (ritratto di una San Francisco ormai diventata città per fighetti). E’ il classico pezzo che riesce a cambiare la valutazione complessiva di tutto l’album: non ci si può innamorare di We Are Undone (come era stato per What The Toll Tells), ma ci si può affezionare a certi suoi aspetti. Non è poco.

7/10

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