capossela canzoni cupa

VINICIO CAPOSSELA – CANZONI DELLA CUPA (Warner Music – 2016)

capossela canzoni cupa

Un disco che diventerà la pietra angolare del neo-folk italiano. Forse

di Danilo Di Termini

Per tentare di arrivare alla più intima essenza di questo disco (a rigirarselo tra le mani la sensazione è quello di maneggiare un ordigno: in un formato fuori taglia e cartonato, doppio cd e doppio libretto) ho chiesto aiuto a mia madre. Non perché lei sia un’allieva dell’etnomusicologo Roberto Leydi (a proposito, Internazionale ha domandato a Capossela “Perché da noi non c’è stato un Alan Lomax?”: ecco, meglio precisare che ce ne sono stati molti e Leydi è uno di questi), ma semplicemente perché nel 1930 ha avuto la ventura di nascere in Irpinia, per la precisione a Parolise, 546 metri sul livello del mare. Sessanta metri più giù e sessanta chilometri più a ovest di Calitri, il paese da cui arrivano gli avi di Capossela, che infine lì è tornato per questa raccolta di brani che “attingono al grande patrimonio orale di storie, proverbi, sonetti, modi di dire del paese di Calitri e dintorni”. E dintorni appunto; se per fare quei sessanta chilometri oggi ci vuole comunque un’ora e un quarto (senza traffico), agli inizi del secolo poteva non bastare una vita a percorrerli. Così quando ho messo gli auricolari a mia mamma, ho fatto scorrere i brani e le ho chiesto se ne riconosceva qualcuno lei ha risposto che “no le canzoni no, ma le musiche le conosco”. Ecco questo basterebbe perlomeno a spiegare la prima delle due parti del disco di cui stiamo parlando, quella denominata “Polvere”, incisa nell’estate del 2003. “Una sessione scarna, disseccata”, pochi strumenti (ma buoni: tra i nomi eccellent,i oltre al monumento Giovanna Marini, David Hidalgo dei Los Lobos, John Convertino dei Calexico, un gigante della fisarmonica come Albert Florian Mihai), titoli onomatopeici come Rapatatumpa, canti di lavoro, ballate, tutto l’armamentario di un folk storto e per niente filologico, che suona già sentito, in altri accenti, in altre feste, in altri dischi, spesso di questo solo parenti poveri e senza nome, roba da mercatino che nessuno degna di uno sguardo. Undici anni dopo tocca alla seconda parte, la sessione dell’“Ombra”: qui ci sono i Giant Sand tutti, le atmosfere diventano un western tex-mex al profumo di Morricone, (ormai più che un omaggio, un birignao). Verrebbe voglia di liquidarlo con uno sberleffo (e queste erano le intenzioni di partenza), così lontano com’è da Crêuza De Mä, ma anche dal Nuovo Canzoniere Italiano, insomma né scrittura fondante, né riscoperta della tradizione; ma poi, ascolto dopo ascolto, anche se l’ordigno non sembra esplodere, ci si affeziona al ticchettio del meccanismo a orologeria che tra qualche anno potrebbe trasformarlo in un album ri-evocato come la pietra angolare del neo-folk italiano. Oppure spegnerlo inerte e dimenticato quanto Goodbye Novecento di Antonello Venditti.

7,8/10

 httpv://www.youtube.com/watch?v=CSawqmQ9GG0

La Padrona Mia

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