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YOUNG FATHERS – WHITE MEN ARE BLACK MEN TOO (Big Dada – 2015)

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White Men Are Black Men Too: un grande disco contemporaneo

Non c’è che dire, gli Young Fathers sanno come aprire un disco: lo scorso anno My Way con il refrain memorabile sull’AK 47, quest’anno le prime parole che si ascoltano sull’iniziale Still Running sono “Stanotte non credo in Dio”. Sanno anche come sorprendere: intanto, dopo un disco acclamato come Dead e un Mercury Prize ci si sarebbe attesi una lunga pausa per il “secondo difficile disco”, mentre il trio si è precipitato a scrivere e a registrarne il seguito. White Men Are Black Men Too: il titolo ha posto interrogativi e attirato qualche critica; ma questo non è un disco “di protesta” o l’ennesima elucubrazione su categorie risapute quanto improbabili (i “neri”, i “giovani”); è invece un disco pop, come gli Young Fathers vanno raccontando nelle interviste, di pop contemporaneo, come andrebbe inteso oggi.

 

Un conferma per gli Young Fathers

E infatti qui si può far riferimento all’hip-tri-hop quanto si vuole, perché White Men è soprattutto un disco straordinariamente unico,  che riprende quanto (ed era già molto) di buono gli Young Fathers avevano fatto ascoltare nell’EP e nel LP d’esordio, ma lo ripropone in una forma più compatta, sostenutissima dall’inizio alla fine tanto sotto il profilo ritmico quanto sotto quello melodico. E’ un disco incalzante come pochi, dove ogni brano inizia senza il consueto intervallo, magari di una frazione di secondo, rispetto al precedente; Feasting, per esempio, inizia con una ritmica tipicamente hip-hop, ma sembra quasi l’introduzione alla successiva 27, che invece comincia con un intreccio di voci angeliche.

I testi e la musica di White Men Are Black Men Too

Rain Or Shine parte come The Look dei Metronomy, ma gli intrecci delle voci sono quelli tipici della band di Edimburgo. Magnifica, come le successive Sirens e Old Rock N Roll, canzone nella quale si riprende il titolo del disco: “Alcuni uomini bianchi sono anche loro uomini neri / Negro per loro / Un gentiluomo per te” esclamano impescrutalbilmente fra ritmi e cori tribali, prima di un twist be-bop finale con “Il vecchio rock’n’roll non è quello che ti hanno venduto”. Ed è rock’n’roll anche John Doe, sebbene a modo suo, con un beat sintetico, tastierine, una voce che canta, una che parla, una terza che fischia: moderno gospel. Verso la fine Dare Me si conclude improvvisamente e parte il finale con Get Started, sorta di blues minimalista e intenso: segno che gli Young Fathers sanno anche come concludere un disco. Straordinaria conferma di un talento unico sulla scena musicale contemporanea, dove si guarda indietro solo per proporre un suono del presente, non (com’è oggi molto in voga) per ricreare quello del passato.

8.5/10

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Marina Montesano

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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. Condividerla con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

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