vignola george fest

A SCUOLA DA JOHN VIGNOLA – 27: I DUE GEORGE BEATLESIANI E LA FESTA QUASI MESTA

 vignola george fest

Alcune considerazioni su George Fest, l’album-tributo dedicato a George Harrison, e un ricordo di George Martin

“E’ da poco uscito un  disco lussuoso e ampio (doppio CD/DVD, triplo vinile e così via) in cui si fa la festa a George Harrison. La celebrazione è stata concertata dal figlio Dhani insieme a un florilegio di talenti di varie età,  da Brian Wilson a Brandon Flowes passando per Ben Harper e Norah Jones. Il risultato non si può definire epocale. George Fest nasce come spettacolo live (28 settembre 2014 al Fonda Theater di Los Angeles) e  sorge subito spontanea la domanda su che senso abbia questo tipo di operazione. George Harrison e il concerto sono da decenni un binomio epocale; fu infatti lui a organizzare nel 1971 il  Concert For Bangladesh, padre (sfortunato) di tutti gli eventi musical-benefici a seguire. Inevitabile dunque che questa George Fest perda il confronto già in partenza, anzi già dal titolo che, chissà perché, evoca un altro George, il calciatore Best.

httpv://www.youtube.com/watch?v=ilQuPQF5zSM

George Fest – Here Comes The Sun

Conviene a questo punto concentrarsi sull’Harrison musicista per dire che le sue canzoni si dividono in due filoni. Da una parte ci sono quelle in cui armonia, estasi, amore naif e mantra conciliante si mangiano qualsiasi altra cosa. L’Harrison in stato di grazia è quello che si innalza verso un pop in grado di abbracciare tutto e tutti e poco importa se la sua canzone più celebre, My Sweet Lord, è un plagio (forse inconsapevole). C’è poi un secondo filone, fatto invece di pezzi piuttosto arrabbiati già a partire dal periodo Beatles; su Revolver c’è Taxman, arrabbiata con l’esattore delle tasse, e sul White Album c’è Piggies, arrabbiata con i porcellini dalle ‘camicie inamidate’ (piacque molto a Charles Manson…). Ecco, anche al di là della musica – grande soprattutto nei Beatles e poi per qualche anno – sarebbe giusto restituire al  pubblico un tratto più profondo e tridimensionale, ricordando che George era sì il più silenzioso, mistico e buonista dei Favolosi, ma anche quello che non sempre aveva pensieri buoni e che, se le cose non andavano bene, era pronto a mandarti a quel paese. E ci sarebbero altre cose da dire sull’Harrison zimbello di Lennon e amico-nemico di Eric Clapton, oppure sull’Harrison che, come primo acquisto importante, si porta a casa a una poco spirituale Ferrari. Sarebbe bello se qualcuno, ogni tanto, si desse la pena di sottolineare queste cose più terrene. Allo stesso modo, George Fest non restituisce un quadro davvero articolato dell’artista. C’è ottima musica, ma manca il rock’n’roll; tutte le versioni sono così rispettose da scivolare nello stucchevole. George Harrison non è Roy Orbison (per breve tempo suo compagno nei Traveling Wilburys e in passato oggetto di un’altra celebrazione ricca di star) e forse in lui più che melodramma c’è soprattutto un pop incantato che manca in molte di queste riletture. Non è proprio una festa mesta, ma di sicuro una festa senza coriandoli.

george martin beatles

A proposito di George beatlesiani, il George Martin che, a 90 anni suonati, lascia il mondo terreno e quello della musica è stato figura rilevantissima, non solo nella discografia dei Beatles, ma anche nella definizione di un canone pop. Martin, che nel 1962 non aveva rapporti con il pop dell’epoca, accoglie i giovanissimi Beatles non senza sospetti e inizialmente li considera un ‘lavoro’ e nient’altro. Nonostante questo punto di partenza sottotraccia, il suo ‘lavoro’ gli fa conoscere quattro artisti incredibilmente talentuosi e fuori dai canoni. E’ lui ad assecondarli, sgrezzarli e far spiccare loro il volo. Per questo merito, che è tutto suo, non possiamo che dirgli grazie almeno un milione di volte.”

httpv://www.youtube.com/watch?v=xP1k_kpfyEo

George Fest – Handle With Care

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