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A SCUOLA DA JOHN VIGNOLA – 8: IL CRITICO MUSICALE ROCK COME PORTIERE

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Il piccolo calciatore, se non se la cava troppo bene con il pallone,  finisce a fare il portiere. Il piccolo rocker, se non se la cava troppo bene con gli strumenti, finisce a fare il… critico musicale. In questa nuova puntata della sua rubrica, John Vignola (Il Mucchio, Vanity Fair, Radio2) tocca un tasto dolente, perché spesso  malpigiato,  quale il giornalismo rock nel nostro paese. 

“Scrivere di musica è un movimento spastico, è come danzare un’architettura, secondo la definizione di un musicista famoso, però male, aggiungiamo noi. Proseguendo nella metafora calcistica, la critica rock non prevede training, non prevede preparazione atletica; ognuno prende il suo pallone e… fa autogol. Quantomeno in Italia è andata così. È stato importante trovarsi in un certo posto e in un certo momento, diciamo fine anni ’60 e poi tutti gli anni ’70, magari solo per ricevere dischi gratis. Si sono così create fondamenta psichedeliche, nel senso deteriore del termine, su quella che è la musica. Per un certo periodo potevi scrivere tutto quello che ti passava per la testa su un disco che avevi sentito solo tu e finivi per creare una mitologia distorta e distopica su dischi che non avevi assolutamente capito. Scrivendone, davi vita a una non-comprensione universale quando in realtà promulgavi soltanto la tua insipienza. Chiaramente qui si sta scherzando, ma fino a un certo punto. Noi che siamo arrivati al giornalismo musicale qualche anno dopo,  siamo stati vittime di questi senatori che erano un po’ come Caligola, avevano questo cavallo che diventava un personaggio di cultura. Insomma un disastro. Mentre le persone serie si occupavano di letteratura, di poesia, fondavano cose come il Gruppo 63, gli zoppi ci insegnavano a zoppicare con il rock. Il vero problema nel campo della musica popolare è che le competenze si sono sempre divaricate fra un noiosissimo nozionismo antropologico-sociologico (in grado di far cadere ogni forma di attributo) e l’avventurismo di chi non sapeva nemmeno l’alfabeto. Lasciando da parte Riccardo Bertoncelli, che era ed è un illuminato, se andiamo a sfogliare le prime riviste rock italiane e a leggere una monografia, o una recensione, ci si trova davanti a tutto questo. Oltre a capolavori, forse più tardivi, del tipo ‘questo è un disco quadrato’.”

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