Dante, Inferno

Intervista: Dante, Inferno. La rivisitazione rock sinfonica di Francesco Maria Gallo

L’“Inferno” di Dante rivisitato da Francesco Maria Gallo.

Il nome Dante Alighieri suscita in me sensi di colpa sin dai tempi del liceo. Forse perché ci veniva imposta quand’eravamo studenti o perché le terzine erano infarcite dai commenti dei vari studiosi, o forse per pigrizia, continuo a rimandare l’appuntamento con una lettura adulta della Divina Commedia. Ho paura di non riuscire a farla mia, che i versi del sommo poeta italiano non mi parlino. E allora ben venga “Inferno” di Francesco Maria Gallo, una rivisitazione in chiave rock sinfonica del primo dei tre libri.

Dante, Inferno

Può essere un primo passo di riavvicinamento, e infatti lo è. L’opera dantesca si presta alle sonorità a volte aspre proposte da Gallo, un’occasione per ripercorrere le gesta e le sventure dei vari Caronte, Paolo e Francesca, Pier delle Vigne, Ulisse e Ugolino, riambientate e reinterpretate in un inferno contemporaneo. Il mio trittico preferito è composto dai brani “Il Silenzio di Pier”, “Il Gigante e “Ugolino dove l’album rivela venature quasi pop e le abbina alla chitarra di Ricky Portera (storico collaboratore di Lucio Dalla, fondatore degli Stadio). 

Meno mi convincono le parti più gridate, quelle con tanto pathos. Non riesco a fare a meno di confrontarle con un esperimento simile realizzato qualche tempo fa da Maurizio Fiorilla e David Riondino sul Decameron di Boccaccio. Uno spettacolo che mi aveva colpito per la sua aria leggiadra e scanzonata. Ma forse ha ragione Francesco Maria Gallo: a Dante si addicono toni più perentori, più declamatori, e meno sfumati. Prendere o lasciare. Di certo “Inferno” è un’operazione molto ambiziosa, e non manca di coraggio.

Francesco, la prima domanda è d’obbligo. Cosa rappresenta oggi Dante per noi italiani e per il mondo? Perché è così importante dedicargli una giornata internazionale a 700 anni dalla sua scomparsa?

Dante è l’idea stessa di Italia! E per questo cito testualmente Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, “celebrare Dante non è solo fare memoria di un grande poeta. Perché Dante non è solo uno scrittore ma è un simbolo letterario dell’idea stessa di nazione, dell’idea di Italia. E Dante è il grande autore italiano che ha una statura internazionale riconosciuta in tutto il mondo, dalla Cina all’Australia. Parlare di Dante è parlare dell’Italia”. Da Dante arriva a noi una lezione di coerenza che vale per tutti, politici compresi, perché non si può andare contro la propria coscienza. E una delle sue eredità più importanti è nel dilemma fra giustizia e compassione.

Nel suo libro “Poesia in forma di rock” l’autore e musicista Giulio Pantalei si sofferma sull’enorme influenza esercitata da Dante Alighieri nei confronti di alcuni tra i maggiori artisti rock internazionali, tra cui Nirvana, Radiohead, Joy Division, Loreena McKennit e Sepultura. Non è che a volte tendiamo a sorvolare sull’immensità dei tesori che abbiamo a casa nostra?

Il grande Giulio Pantalei che io ammiro profondamente, nel suo libro “Poesia in forma di Rock” intraprende un viaggio davvero singolare nel mondo di alcuni fra i più grandi artisti che hanno contribuito a fare della musica, principalmente d’oltremanica, il fondamento oltre che ludico anche culturale di intere generazioni. Fino ad arrivare ai giorni nostri. È sorprendente come, nonostante la prepotente invadenza della superficialità dei social media e dell’insopportabile e odiosa tiktokmania che rende spazzatura anche la musica più bella, ci sono giovani che apprezzano ancora Kurt Cobain o Patti Smith piuttosto che un mitomane o un influencer. Per dire. La musica è arte e cultura, è un linguaggio universale: liquido, potente, sensuale e misterioso, che supera ogni barriera e che trasporta dentro di sé l’immensità dei tesori che abbiamo a casa nostra e che raccontano la nostra storia, ma anche la nostra contemporaneità. L’opera d’arte, come sosteneva il semiologo Luis Jorge Prieto, ed anche Roland Barthes, è un oggetto storico che noi esseri umani interpretiamo da quei segnali, a volte di sofferenza, che al suo cospetto ci colpiscono e ci rendono messaggeri di una cultura e arte universale che rendiamo diversamente arte.

La sofferenza di Cobain, come Pier delle Vigne ad esempio, è nota a tutti: un patimento infernale che lo porta a togliersi la vita a soli 27 anni. Amava l’inferno dantesco, il girone dei suicidi lo aveva quasi vissuto, come ben spiegato da Pantalei a proposito di Heart-Shaped Box e del suo videoclip.

Francesco Maria Gallo

Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle per ch’io al cominciar ne lagrimai”. Così Dante scrive nel canto dedicato agli ignavi (Inferno, III, 22-30, Divina Commedia). Il celebre scrittore e politico fiorentino amava particolarmente la musica, che accostava al lettore attraverso l’uso di metafore e di simboli. Opera colossale ma ricca di suggestioni per la bellezza dei versi, la Divina Commedia è stata fonte di ispirazione per generazioni di compositori. E proprio nell’Inferno, sono una miriade i suoni evocati dal poeta che descrivono le tenebre e il rabbioso dolore delle anime dannate fornendo il terreno più fertile alla creazione musicale, compreso il mio Inferno!

Oltre a essere autore e interprete di diverse canzoni a sfondo sociale, hai lavorato molto nel mondo della televisione e della comunicazione, per esempio al Festival della poesia di Sanremo per RAI2. Come nasce in questo caso il tuo personale connubio tra musica rock e la Divina Commedia? Come ce lo spiegheresti?

La poesia è musica e la musica è poesia, storytelling di metafore e metonimie di vita: metamorfosi dell’arte in tutte le sue forme e i suoi linguaggi. E poi la fortuna di essere stato in stretto contatto con grandi scrittori e poeti come Emerico Giachery, James Hillman, Giuseppe Conte, Loriano Macchiavelli, Frans Roth (traduttore di Dario Fo), Gaia De Beaumont e tanti tanti altri dai quali la mia naturale anima rock ha tratto nutrimento.

Nel libro “In pro del mondo” il professore universitario Nicolò Maldina sostiene che Dante, adottando e reinterpretando l’arte retorica codificata dai predicatori venuti prima di lui, si proponeva di colmare il vuoto istituzionale che era stato creato da un clero ritenuto degenere e da una Chiesa ritenuta inadeguata. Che Dante si sentisse investito di una funzione morale come capita oggi ai predicatori gospel nelle chiese nordamericane, una tradizione che sembra non esistere più qui in Italia? A volte sogno Mavis Staples che interpreta i canti della Divina Commedia. Ti sembra una visione strampalata?

Perché strampalata? al contrario lucida e coerente ma anche la visionaria idea di un grande studioso di Dante dei nostri tempi come Nicolò Maldina. A tal proposito cito la track del mio Album Inferno Ugolino.  Il Conte Ugolino, nel mio Inferno definisce la sua vita “un salto nel buio” a causa di quel vile tradimento operato dal cardinale Ricciardi a suo danno. Quindi una chiesa fatta da alcuni uomini (non tutti) inadeguati e simoniaci! Ripercorre la sua vita terrena e cede il passo ai pesi accumulati dietro anni appassionati ma dissennati. Il Conte non ha più voglia di resistere, non vuole più competere con le sue idee e visioni, perché sfinito dal tradimento subito, tanto che non ricorda più il volto del suo acerrimo traditore!

Il rifacimento dei versi iniziali del Padre Nostro nella ghost track Desolazione mi ha lasciato un po’ perplesso. Se penso a una descrizione impassibile dei massacri quotidiani sul pianeta, mi viene piuttosto in mente la canzone The Future di Leonard Cohen. Ma ammetto che la registrazione finale, in Desolazione, del mancato salvataggio di un’imbarcazione di migranti è un pugno nello stomaco che lascia il segno. Come mai hai voluto chiudere l’album con quest’episodio?

Dante Alighieri porta con sé il vero inferno in terra. Quello della calunnia, dell’inganno, del dileggio, della violenza, delle torture, dell’opportunismo, della mancanza di compassione, dell’egoismo e dell’amore tradito dall’odio. Dante Alighieri in questo canto, rappresenta lo specchio incrinato di tutti i tempi sulla terra e nel mio Inferno porta con se il fardello della disumanità!

L’“Inferno” di Francesco Maria Gallo

Desolazione è uno specchio che riflette la stolidaggine dell’uomo sull’uomo, dei figli sui figli, una natura umana non compassionevole e spietata. La lettura della storia fa riflettere ma nessuno, ancora oggi, ne trae ravvedimento.  E nel mio Inferno, in particolare nella track che prende il nome dell’album, Lucifero considera Dante Alighieri il concentrato di tutte le colpe dell’uomo in terra: l’inganno, che racchiude in sé, ogni delitto umano. Lucifero, non sopporta il fatto che Dante Alighieri abbia condannato donne e uomini, contravvenendo alla presunzione di innocenza, in assenza del giudizio di suo Padre e lo condanna in una fiamma eterna all’Inferno, come Ulisse. Nel mio Inferno la condanna di Dante Alighieri è la condanna a quel genere umano che dileggia la nostra esistenza su una terra che temporaneamente dimoriamo e per questo non ci appartiene. Ci siamo mai chiesti cosa lasceremo ai nostri figli, e cosa i nostri figli ai loro figli?  Fortunatamente il Rock ancora resiste, perché è l’unica speranza di salvezza (delle nostre coscienze).

Stai programmando un’esibizione dal vivo del tuo “Inferno”? Forse meriterebbe un’arena o un anfiteatro, o uno spazio comunque aperto per accomodare l’idea di grandiosità che sta alla base del tuo progetto?

Se riusciremo a uscire indenni dal girone dei Barattieri che hanno prodotto il virus Covid, forse sì, se riusciremo a resister all’ennesimo scempio di un’umanità perversa e senza scrupoli!

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Marco Zoppas

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Trevigiano di nascita e romano di adozione. Nel maggio 2016 ha pubblicato “Ballando con Mr D.” sulla figura di Bob Dylan, nel maggio 2018 “Da Omero al Rock”, e nel novembre 2019 “Twinology. Letteratura e rock nei misteri di Twin Peaks”.

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