D’angelo And The Vanguard – Black Messiah

In memoria di Michael Eugene Archer, in arte D’Angelo.

È morto oggi, 14 ottobre 2025, a New York, Michael Eugene Archer, in arte D’Angelo. Aveva 51 anni e da mesi lottava contro un tumore al pancreas, trascorrendo le ultime settimane ospedalizzato. Stava lavorando a nuova musica insieme a Raphael Saadiq: quel materiale, annunciano i familiari, uscirà postumo.

Gli esordi

Nato a Richmond, Virginia, l’11 febbraio 1974, cresciuto in una famiglia pentecostale, D’Angelo aveva un talento precoce: da bambino passa ore al pianoforte di casa, da adolescente frequenta con costanza palchi e concorsi. A 18 anni, dopo una serie di vittorie  nella Amateur Night competition all’Apollo Theater di Harlem, decide di lasciare la scuola e trasferirsi a New York per inseguire la carriera. Gli incontri giusti arrivano presto: Jocelyn Cooper lo mette in contatto con autori e produttori come Raphael Saadiq, Ali Shaheed Muhammad e Angie Stone; nel 1993 firma il suo primo contratto discografico.

La prima vetrina importante è U Will Know (1994), brano scritto e co-prodotto per il collettivo Black Men United: un singolo di grande visibilità che prepara il terreno per l’esordio. L’anno dopo, con Brown Sugar (1995), D’Angelo consolida la sua firma: un r’n’b elegante e sensuale che attinge a soul e funk con spirito contemporaneo. Il disco ottiene il platino, alimentato da singoli come Lady,  presto riconosciuto come uno dei lavori che inaugurano – o quantomeno accelerano – la stagione del cosiddetto neo-soul.

Voodoo: maturità e successo

In quegli anni arrivarono anche collaborazioni cruciali, da Erykah Badu a Lauryn Hill, e un’attenzione crescente che lo porta, nel 2000, a pubblicare Voodoo: il disco debutta direttamente al n.1 della Billboard e prende due Grammy (Miglior Album R&B e Miglior Interpretazione Vocale R&B Maschile per Untitled (How Does It Feel)). Proprio il clamore mediatico del celebre video di Untitled – che trasforma D’Angelo in sex symbol planetario – finisce però per pesargli.

La pressione e uno sguardo pubblico che sembra fermarsi al corpo più che alla musica aprono una fase di ritiro e fragilità personali, tra dipendenze e incidenti, che limitano a lungo la sua attività.

Black Messiah, il capolavoro inatteso di D’Angelo

Per oltre un decennio D’Angelo appare a intermittenza, spesso come ospite in dischi altrui, mentre il seguito di Voodoo sembra non arrivare mai. Quando finalmente, nel dicembre 2014, pubblica Black Messiah, la sensazione è quella di un ritorno vero, non di un semplice aggiornamento di stile. L’album esce sull’onda di un clima politico teso negli Stati Uniti, ma suona fuori dal tempo: dodici brani che rielaborano funk, soul e r’n’b con una libertà di mescolanza rara, riconoscibile nei rimandi (Sly Stone e Prince su tutti) ma, soprattutto, nella voce e nella scrittura di D’Angelo. Rispetto a Voodoo, l’accento sull’hip hop è più discreto; prevale una costruzione fatta di incastri ritmici, stratificazioni, passaggi che rifiutano la forma strofa-ritornello più prevedibile. Brani come Ain’t That Easy prendono subito alla gola per immediatezza e swing; 1000 Deaths procede per compressioni e rilasci, un groove scavato che spalanca un ritornello che resta addosso; The Charade è tra gli episodi più esplicitamente politici, senza slogan, con immagini e scansioni che risuonano con le ferite della cronaca afroamericana.

È musica che dà il meglio nel tempo lungo: l’impressione di sessione in stanza, la qualità tattile delle esecuzioni, le percussioni e le chitarre che sembrano a un passo dall’ascoltatore (si pensi all’attacco di The Door) rivelano dettagli a ogni ascolto. Black Messiah non cerca la seduzione istantanea: conquista a strati, e proprio per questo non si consuma. Non a caso è accolto come uno dei vertici del decennio, capace di influenzare un’intera stagione di album politicamente consci senza ridurre la complessità musicale.

Il tour del 2015, con The Vanguard, conferma la statura dell’artista in versione band-leader: una formazione di fuoriclasse (Chris Dave, Pino Palladino, Jesse Johnson, Isaiah Sharkey, tra gli altri) guidata da un D’Angelo di nuovo al centro, tra piano elettrico, chitarre e direzione d’orchestra dal palco.

Cosa resta

Poi di nuovo il silenzio, interrotto dall’intensa Unshaken per Red Dead Redemption 2, una serata all’Apollo nel 2021, apparizioni dal vivo.

Cosa lascia D’Angelo? Lascia un trittico di album che definisce un canone: Brown Sugar come apertura di una stagione; Voodoo come punto di equilibrio tra classicità e sperimentazione; Black Messiah. Lo salutiamo così, in attesa del quarto album postumo, comunque consapevoli di una storia compiuta e destinata a durare anche con tre soli dischi.

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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. La foto del profilo dice da dove sono partita e le origini non si dimenticano; oggi ascolto molto hip-hop e sono curiosa verso tutte le nuove tendenze. Condividere gli ascolti con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

Di Marina Montesano

Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. La foto del profilo dice da dove sono partita e le origini non si dimenticano; oggi ascolto molto hip-hop e sono curiosa verso tutte le nuove tendenze. Condividere gli ascolti con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

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