Beach Boys - Pet Sounds

La storia di Pet Sounds dei Beach Boys a 60 anni dalla pubblicazione.

I nove anni che vanno dal 1966 al 1974 potrebbero essere ritenuti l’età dell’oro del pop e del rock se si volesse definirli secondo questa idea tanto liberamente arbitraria quanto, secondo me, paradossalmente oggettiva. E se l’album che potrebbe convenzionalmente concludere quest’era oggi leggendaria potrebbe essere Red dei King Crimson, quello che la inizia è Pet Sounds dei Beach Boys.

Pubblicato il 16 maggio 1966, in anticipo d’un mese e quattro giorni su Blonde on Blonde di Bob Dylan, di altri undici giorni su Freak Out! di Frank Zappa con le Mothers of Invention, prima anche di Sergeant Pepper’s che ne fu la risposta, Pet Sounds elevò a raffinata arte fantastica il potenziale della musica commerciale. In realtà, se fosse stato per quattro Beach Boys su cinque, il disco non sarebbe mai esistito. Nessuno di loro (Carl e Dennis Wilson, Mike Love, Al Jardine) aveva non soltanto la genialità per immaginare le costruzioni sonore barocche da pop d’avanguardia che caratterizzarono il lavoro, ma la capacità di trasformare lo studio di registrazione in uno strumento musicale come fece Brian. Fondatore e principale autore del gruppo, compositore, musicista, arrangiatore e produttore discografico, Brian Wilson ci ha lasciato un anno fa dopo essere stato ampiamente riconosciuto già in vita come uno dei grandi della musica. «Se dovessi eleggere un genio vivente del pop direi Brian Wilson» disse appunto di lui, a suo tempo, sir George Martin, produttore e architetto del successo discografico dei Beatles. E Pet Sounds, per John Lennon e Paul McCartney, era il disco più bello del mondo.

L’ultraterreno orecchio sordo

Un orecchio ultraterreno per la melodia: era e resta questa la considerazione di Brian Wilson comunemente accettata. Parlare di orecchio al singolare, nel suo caso, ha un senso che travalica l’espressione idiomatica. Era infatti soltanto uno, il sinistro, l’orecchio perfettamente funzionante. Dal destro, Brian era quasi completamente sordo. Non si è mai capito esattamente perché.

In interviste giovanili, lui o suoi familiari dissero che era nato così o che era stata una malattia nella primissima infanzia. Una teoria medica propende per l’artresia, cioè la chiusura parziale del condotto uditivo. Un’altra ipotesi suggerisce che fossero state le percosse del padre Murry Wilson, notoriamente manesco e violento. Nel 2016, nella sua biografia I Am Brian Wilson, l’artista sostenne d’aver perso l’udito a sette anni perché colpito da un bambino con un tubo di piombo durante un litigio di quartiere. Sia come sia, Brian aveva un talento fuori dal comune per la composizione melodica. E il pop barocco delle canzoni di Pet Sounds ne è il risultato sublime.

Fu fondamentale, al riguardo, il suo ritiro dai concerti avvenuto a ventidue anni dopo un evento drammatico. Il 23 dicembre 1964 ebbe un attacco di panico incontrollabile mentre era in volo da Los Angeles a Houston per un concerto. Lo stress accumulato e la particolare sensibilità lo portarono ad allontanarsi dalla vita sulla strada delle tournée. Se si escludono poche apparizioni negli anni successivi, solo negli anni Novanta, superata una lunga fase di dipendenza da paure, disturbi psichiatrici, vita sregolata e droghe, Brian sarebbe tornato a svolgere un’attività concertistica regolare. Ne guadagnò la sua curiosità musicale. Dal vivo, i Beach Boys lo sostituirono con Bruce Johnston. Lo studio di registrazione, dove si rifugiò, diventò l’incubatore d’una musica insieme nuova e classica.

Le sinfonie tascabili del sunshine pop

La struttura sofisticata e stratificata delle canzoni di Pet Sounds fu ottenuta anche con oggetti quotidiani come campanelli di biciclette, lattine di aranciata, latrati di cani, nonché strumenti inusuali come clavicembali, sezioni d’archi, flauti e una versione particolare del Theremin. Quest’ultimo, inventato nel 1919, è il più antico strumento elettronico. Si suona senza toccarlo. Il musicista, infatti, muove le mani nell’aria attorno a due antenne modificando un campo elettromagnetico da esse generato per controllarne l’intonazione e il volume. Jimmy Page dei Led Zeppelin l’usò per la sezione centrale psichedelica di Whola Lotta Love ed abitualmente dal vivo. Altrettanto fecero Brian Jones con i Rolling Stones del periodo psichedelico e i Pink Floyd.

Ossessionato da hit come Be My Baby delle Ronettes, Brian Wilson assunse gli stessi turnisti di Phil Spector, la Wrecking Crew, per emularne il Wall of Sound, cioè la sovrapposizione di musicisti che suonavano spesso all’unisono gli stessi strumenti per creare una massiccia onda sonora orchestrale. Furono le sinfonie tascabili del sunshine pop, anticamera della «teenage symphony to God» che avrebbe dovuto essere il progetto SMiLE, il più grande disco perduto del pop su cui s’infrasero le ambizioni di Brian dopo che i Beatles, che tanto gli dovevano nel confronto competitivo tra giovani geni, ebbero realizzato Sergeant Pepper’s proprio come loro risposta a Pet Sounds che a sua volta lo era a Rubber Soul, in una continua sfida ad alzare l’asticella dell’arte musicale pop che Brian perse non per minore bravura, ma perché, sostanzialmente, era solo contro quattro, per di più non beneficiando della lungimiranza di quello straordinario equilibratore che fu George Martin per i Fab Four.

 

Beach Boys, Pet Sounds e l’età dell’oro

Un disco solista, sostanzialmente

Nel 2004 Pet Sounds è stato selezionato dalla Biblioteca del Congresso tra i cinquanta album da preservare nel National Recording Registry americano. Nel 1966 la produzione all’avanguardia rappresentò una vera e propria rivoluzione sonora capace di generare un capolavoro d’arte musicale. Le trame polifoniche ispirate al jazz, al sincretismo alla George Gershwin e alla musica sacra stravolgendo i canoni pop fino ad allora considerati, le canzoni prive della classica alternanza tra la strofa e il ritornello per affidarsi a progressioni armoniche imprevedibili, l’abbandono della banale canzone surf delle auto decappottabili e delle ragazze da spiaggia per esplorare l’ansia e la vulnerabilità adolescenziale, il paradosso della crescita e della giovinezza, il rimpianto e la disillusione, sono altrettanti elementi d’un disco che rappresenta anche, ma non soltanto, la biografia vera e immaginata del suo autore ventitreenne. La spinta creativa ricevuta dall’ascolto di Rubber Soul indusse Wilson a chiamare un giovane autore che aveva conosciuto, Tony Asher. «La scelta del tono delle parole era quasi sempre sua mentre le parole vere e proprie erano di solito mie. Ero solo il suo interprete» disse quest’ultimo a cose fatte.

Sloop John B, una canzone caraibica che Al Jardine aveva suggerito a Brian e che fu registrata a metà del ’65, fu fondamentale. Tra il dicembre di quell’anno e il gennaio del ’66 Wilson e Asher scrissero la maggior parte delle canzoni. I Know There’s an Answer fu invece scritta con Terry Sachen, un nuovo collaboratore di Brian. Di ritorno da un tour in Giappone e alle Hawaii, Carl e Dennis Wilson furono convocati dal fratello maggiore insieme a Mike Love per incidere le loro parti vocali. Love, che diventerà una spina nel fianco per Brian soprattutto durante il progetto SMiLE, era assolutamente contrariato per il nuovo indirizzo dato alle tematiche del gruppo che metteva da parte la surf music e il suo potenziale commerciale. La scaletta del disco comprese anche due composizioni strumentali: la sognante e psichedelica Let’s Go Away for Awhile e l’intensa title track Pet Sounds che inizialmente s’intitolava Run, James, Run perché c’era l’intenzione di proporla come colonna sonora d’un film di James Bond.

La riprova che Pet Sounds può essere considerato sostanzialmente un disco solista di Brian Wilson, con i Beach Boys come gruppo di accompagnamento, si ebbe quando la canzone più bella insieme alla maestosa God Only Knows, la struggente Caroline, No, fu pubblicata come 45 giri, stranamente, soltanto a suo nome.

Beach Boys 1966

Frammenti d’una stagione dorata

Il metodo Wilson consisteva nel registrare prima le basi con l’orchestra che suonava dal vivo, poi aggiungere le parti vocali. Spesso raddoppiava le parti di chitarra, basso e le tastiere cercando combinazioni con strumenti e sonorità insoliti per avere arrangiamenti complessi e originali. Infine metteva la base come una delle otto tracce d’un registratore con questa capienza, dedicando sei tracce alle parti vocali dei Beach Boys e l’ultima traccia a eventuali abbellimenti. Infine riversava la canzone completa in un’altra traccia singola. Brian, probabilmente anche a causa della sordità, sosteneva che la qualità mono risultasse più compatta all’udito degli ascoltatori. Il fatto che la maggior parte dei giradischi domestici dell’epoca fosse monofonica era il fattore decisivo di scelta. Il gruppo aveva anche cominciato a lavorare al futuro grande hit Good Vibrations, ma con la sorpresa di tutti Brian decise di lasciarla fuori dal disco perché, disse, aveva necessità ancora di tempo per perfezionarla.

Marzo e aprile furono dedicati a registrare le parti vocali che ancora mancavano. Mike Love avrebbe detto: «Facevamo e rifacevamo le armonie e, se c’era anche il più piccolo accenno di un diesis o di un bemolle, non potevamo andare avanti. Cercava ogni minuscolo difetto a cui si potesse umanamente pensare. Tutte le voci dovevano essere giuste, tutte le voci con la loro risonanza e tonalità dovevano essere giuste. Il tempo doveva essere giusto. Il timbro delle voci doveva essere giusto, a seconda di come lui si sentiva. E poi magari, il giorno dopo, poteva gettare completamente al vento e pretendere che si rifacesse tutto da capo». Fu da una sua frase insofferente che scaturì il titolo: «Chi ascolterà questa merda? Le orecchie di un cane?». Le iniziali di Pet Sounds sono quelle di Phil Spector: Brian disse che il titolo rappresentava anche una sorta di omaggio al produttore che gli aveva ispirato una parte della tecnica di realizzazione del disco.

Ad aprile l’album fu terminato. La Capitol, sconcertata, prese seriamente in considerazione di non pubblicarlo. Pet Sounds fu un successo, sebbene non abbia mai venduto come i primi dischi dei Beach Boys. Nella classifica statunitense Billboard raggiunse il decimo posto, mentre nel Regno Unito, accolto con entusiasmo, arrivò al secondo. I singoli, in particolare Sloop John B, si comportarono bene. Ma l’influenza dell’album si sarebbe vista, oltre che nel tempo, nell’accoglienza che gli riservò il gruppo britannico rivale dei Beach Boys. George Martin disse che senza Pet Sounds non ci sarebbe mai stato Sergeant Pepper’s perché fu concepito come un tentativo di eguagliarlo. Paul McCartney, invece, affermerà negli anni Settanta: «Adoro quell’album. Ne ho appena comprato uno ciascuno per i miei figli per la loro istruzione».

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Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

Di Pietro Andrea Annicelli

Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

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