Un saluto a Danny Thompson (1939-2025), molto più che un grande strumentista.
Basterebbe l’elenco dei musicisti con cui ha suonato, spettacolare nella qualità e nella quantità, per approntare un ricordo adeguato di Danny Thompson, scomparso il 23 settembre all’età di 86 anni. Il suo contrabbasso attraversa mezzo secolo di storia della musica in cui si va da Kate Bush a Graham Coxon, da Nick Drake a Peter Gabriel, dalla Incredible String Band a David Sylvian, da Donovan a Rod Stewart. E, come detto, si potrebbe andare avanti per tante e tante righe.
Fin qui saremmo comunque nell’ambito del bravo e affidabile sessionman, dell’accompagnatore super-professionale. Ecco, Danny Thompson era anche questo, ma era molto altro, perché il suo strumento lo riconoscevi sempre e comunque. Potevi isolarlo dall’arrangiamento del pezzo e seguirlo con gran piacere. Si faceva notare anche restando apparentemente in disparte. Era un basso che sapeva cantare e sapeva volare. Sapeva inserirsi negli spazi vuoti e sapeva adattarsi alle situazioni. Si ascolti ad esempio Dream Letter – Live In London 1968 di Tim Buckley dove Thompson viene convocato all’ultimo momento e senza fare prove si adatta subito alla musica mercuriale del grande cantautore californiano.
Ma ci sono due passi ancora oltre nella vicenda artistica di Daniel Henry Edward Thompson. Due avventure più che vicende sonore, ovvero quelle con i Pentangle e con John Martyn.
Danny Thompson e i Pentangle
I Pentangle sono il gruppo simbolo di quel crogiolo di idee che fu la Londra di metà anni ’60 in cui tanti entusiasti giovani mischiavano folk, blues e jazz. Thompson (che fa le sue prime esperienze live con il padre fondatore di quasi tutto Alexis Corner), ne compone la sezione ritmica insieme al batterista Terry Cox. Con loro le chitarre scintillanti di Bert Jansch e John Renbourn e la voce limpida di Jacqui McShee. Dal 1967 al 1972 i Pentangle si muovono grazia ed eleganza tra Charles Mingus, Big Bill Broonzy e ballate inglesi vecchie di secoli. Nei momenti migliori le parti strumentali rompono senza (apparente) sforzo lo classica convenzione chitarre al proscenio e ritmica un passo indietro per un continuo gioco di incastri inter pares (si ascolti, ad esempio, Waltz sul primo, omonimo album o certe parti di Jack Orion in Cruel Sister). Una storia magnfica eppure irta di tensioni che a poco a poco diventano insanabili e portano allo scioglimento della formazione (che rinascerà in vesti più dimesse).
Danny Thompson e John Martyn
Forse alla crisi dei Pentangle il nostro Danny dà un qualche contributo visto che il suo non è un carattere facile che addirittura sfoga le sue tensioni interiori con la boxe. A quel punto poteva essere una buona idea scegliersi una situazione più tranquilla e invece eccolo mettersi in società con un altro tipetto complicato, John Martyn. Il suo contributo è fondamentale nell’assecondare i viaggi fra liricità e sperimentazione dello scozzese, le sue drammatiche lacerazioni emotive. Se Bless The Weather e Solid Air restano titoli di incommensurabile bellezza, la ‘chimica’ Martyn-Thompson è evidente soprattutto in Live At Leeds del 1975.
Ma c’è anche una chimica umana molto particolare fra i due che a un certo punto entrano in una spirale autodistruttiva fatta di mostruosi consumi di alcool. Leggenda vuole che durante le tournée si premurassero di pagare preventivamente al momento del check-in danni alle stanze d’albergo che avrebbero causato dopo i concerti.
Per Martyn quella spirale continuò a scendere verso l’abisso. Thompson invece riuscì lentamente a scrollarsi di dosso la reputazione di inaffidabile che si era creato ricominciando a suonare con frequenza e sapienza, incluse le collaborazioni con l’altro Thompson (Richard) e i dischi natalizi insieme a Jacqui McShee. Un uomo, quasi di sicuro, pacificato.
