David Bowie – Station to Station. Arte e avanguardia contemporanea.
“Un disco rock talmente bello, e con una tale potenzialità di durare nel tempo, da farmi pensare che Bowie abbia finalmente prodotto il suo (primo) capolavoro”. Parola di Leslie Conway Bangs diventato leggendario come Lester Bangs (1948-1982), il più celebre critico rock di sempre che fino ad allora non era stato tenero con David Bowie (1947-2016). Per Robert Christgau, invece, è l’unico disco dell’artista che ama “senza riserve” e che ascolta ancora oggi per puro piacere personale. A cinquant’anni esatti dalla sua pubblicazione, Station to Station, sebbene raramente citato tra i dischi più celebrati di David Bowie, resta uno snodo essenziale. Più d’ogni altro suo disco precedente delinea infatti, distintamente, il momento in cui la sua musica diventa arte e avanguardia contemporanea
Il Plastic Soul incontra la Mitteleuropa
A quel tempo l’autore, a Los Angeles (“Il posto più ripugnante della Terra”), viveva la crisi esistenziale forse più alienante della sua vita. Ciò nonostante era profondamente coinvolto nella sua interpretazione della musica nera, dal gospel al funk, concretizzata nell’album Young Americans, nonché nella relazione artistica e personale con la cantante e modella Ava Cherry. Consapevole di essere un europeo che interpretava generi della tradizione afroamericana, con onestà intellettuale Bowie aveva definito il suo approccio “plastic soul”, quasi a indicare una versione sintetica, non spontanea, di quella musica.

In Station to Station egli conserva la ritmica funky, ma la associa a squadrate sonorità motorik ed elettroniche tipiche del rock tedesco dell’epoca. Cercando di ricostruire un’identità personale, Bowie riesce anche a delineare uno stile, inafferrabile ma tangibile, di avanguardia rock. Ventuno mesi dopo la sua casa discografica, la Rca, per pubblicizzare Heroes celebrerà quello stile ormai inconfondibile attraverso uno slogan passato alla storia: “There’s Old Wave. There’s New Wave. And there’s David Bowie”.
Un testamento esoterico
Station to Station è il disco in cui l’artista smette di essere una rockstar per diventare un esploratore del sacro e dell’ignoto. La musica evoca un vero e proprio rituale di trasmutazione. Il coinvolgimento con le cosiddette scienze occulte meriterebbe un saggio a parte. A Los Angeles, tra eccessi e cocaina, un allucinato Bowie si convinse d’essere perseguitato da entità demoniache. Lo soccorse una figura enigmatica già consulente spirituale di altri musicisti: Walli Elmlark, sedicente strega Wicca. Lo convinse di avergli liberato la casa dal male con un esorcismo e alimentò il suo già radicato interesse per la Kabbalah e gli scritti di Aleister Crowley (1875-1947).
Station to Station è impregnato di quei convincimenti. La title-track, con quel “one magical moment from Kether to Malkuth”, cioè dalla Corona al Regno, due dei dieci attributi divini (sephirot) che ha l’Albero della Vita della Cabala ebraica, descrive un viaggio spirituale e astrale dall’unione con il divino (Kether) alla manifestazione nel mondo fisico (Malkut). Il titolo sottintende le stazioni della via crucis e i punti di passaggio tra le diverse sfere dell’Albero.
Nel 1991 l’edizione su cd della Rykodisc presentò per la prima volta nel retro copertina una foto di Bowie con un singolare outfit a strisce chiare e scure. L’immagine fu scattata a Los Angeles nel 1974 da Steve Schapiro (1934-2022). L’artista disegna per terra l’Albero della Vita, studiando la struttura dell’universo ivi racchiusa per trovare una via d’uscita alla sua crisi. L’immagine sigilla il disco come un’opera magica.
Prima dello scatto, con della vernice bianca lui dipinse le strisce su una maglia e un pantalone blu procurati dalla costumista Ola Hudson (1946-2009, una delle sue amanti e madre di Slash, futuro chitarrista dei Guns’n’Roses). Esse sono il legame con il corpo astrale nel viaggio nell’Albero della Vita. Tecniche di proiezione astrale erano state ricercate dalla Golden Dawn di Aleister Crowley. Nel 1987 Bowie fece realizzare una replica di quell’abito per il Glass Spider Tour, confermando di stare ancora cercando un percorso spirituale. Chiude il cerchio tre giorni prima di morire pubblicando l’impressionante video di Lazarus.

Per l’ultima volta David Bowie indossa l’abito a strisce per fare il percorso inverso, da Malkhut a Kether, rispetto a Station to Station: dal Regno, la stanza d’ospedale, alla Corona, il vuoto cosmico verso il quale l’abito funge da veicolo rituale. Il finale, Bowie che arretra nell’armadio, non simboleggia solo la destinazione fisica del corpo nella tomba. L’armadio è anche un atanor, o forno alchemico, cioè un portale dimensionale attraverso il quale il viaggiatore eterno, completata la trasmutazione alchemica, può dirigersi verso la stazione successiva. In No Plan, canzone pubblicata a un anno dalla morte, Bowie conclude: “Questo non è un posto, ma eccomi qui. /Questo non è ancora tutto”.
Thomas Jerome Newton e il Duca Bianco
Sia la copertina di Station to Station sia quella del disco successivo, Low, 1977, il primo della cosiddetta “trilogia berlinese”, raffigurano Thomas Jerome Newton, l’alieno protagonista del film L’Uomo che Cadde sulla Terra di Nicolas Roeg (1928-2018). Tanto il film che l’interpretazione furono e sono considerati iconici, oltre che centrali nella psicologia e nella carriera artistica di David Bowie. La fragilità e il pallore dovuti ai problemi personali, la recitazione magnetica e aristocratica, l’immediata identificazione con il personaggio del Thin White Duke evocato in Station to Station ma anche con il precedente Ziggy Stardust, furono altrettanti elementi che consolidarono l’interpretazione più celebrata nella sua carriera cinematografica, anche se personalmente gli ho sempre preferito quella del maggiore dell’esercito britannico Jack Celliers in Merry Christmas, Mr. Lawrence di Nagisa Oshima (1932-2013), 1983.

La foto in bianco e nero utilizzata per la copertina di Station to station, poi proposta a colori nell’edizione Rykodisc, è un fermo immagine nel quale Thomas Jerome Newton entra in una camera anecoica, cioè priva di eco, che costituisce l’interno della sua astronave. L’atto simboleggia il distacco dell’artista dal Plastic Soul per inoltrarsi nelle nuove sonorità sperimentali. All’epoca Bowie viaggiava lungo le freeways californiane ascoltando Autobahn dei Kraftwerk. Quella musica cadenzata, minimale, gli permette di avere un ancoraggio con la realtà rispetto alle sregolatezze del periodo e al conseguente stato di profonda prostrazione. L’altra soluzione di sopravvivenza è il personaggio del Duca Bianco, estensione di Thomas Jerome Newton. Privo di emozioni, di per sé alquanto odioso come Bowie riconobbe pubblicamente, il Duca Bianco è un’armatura emotiva che non può essere ferita perché “non prova nulla”.
L’idea gli venne appunto dal personaggio dell’alieno: un essere superiore, distaccato, incapace di provare emozioni umane comuni. Non si trattò d’una scelta stilistica, ma d’una vera e propria necessità artistica, psicologica e fisica. I capelli biondo rossastro tirati indietro, la camicia bianca e il gilet, il distacco aristocratico, sono l’evoluzione di Thomas Jerome Newton. L’identificazione con la Mitteleuropa, alternativa al caos americano, nonché con certe sensibilità esoteriche e decadenti proprie degli anni Trenta che rientrano nella trama della sua successiva interpretazione cinematografica, Just a Gigolò di David Hemmings (1941-2003), 1978, dove Bowie recita accanto a Marlene Dietrich (1901-1992) al suo ultimo film, gli consentono di frapporre una barriera tra sé e il mondo, nonché di esplorare, come una sorta di mago, le scienze occulte.
“Ghiaccio che brucia”: è questa la definizione che il nuovo David Bowie diede, all’epoca, alla sua nuova musica.
Le canzoni e il concerto al Nassau Coliseum
Station to Station dura poco più di trentotto minuti per complessive sei composizioni. Inizia con quella omonima: un treno in partenza lungo le “stazioni” d’una personale via crucis che si snoda, musicalmente, come un tormentato viaggio sperimentale nell’avanguardia europea. Tra i vertici assoluti dell’arte musicale di David Bowie, Station to Station (la composizione) è un capolavoro di tensione drammatica costante sviluppata per undici minuti da una sezione ritmica funky formata da George Murray al basso e Dennis Davis (1951-2016) alla batteria, a cui si aggiungono Carlos Alomar alla chitarra ritmica ed Earl Slick a quella solista, più Roy Bittan della E Street Band di Bruce Springsteen al pianoforte. Dal vivo, nel primo Isolar (il tour che si svolse da febbraio a maggio per sessantacinque concerti tra Nord America ed Europa: seguì Isolar II nel 1978), Slick era sostituito da Stacey Heydon come chitarra solista e Bittan da Tony Kaye alle tastiere, rendendo la composizione, con cui si aprivano i concerti, ancora più devastante.
Non esistono, a quanto pare, filmati professionali di Isolar I. Le luci bianche volute da Bowie nello stile del teatro di Bertholt Brecht (1898-1956), rese pulsanti durante i concerti, non avevano una buona resa sulle pellicole del tempo. In più l’artista non voleva che eventualmente trasparisse il suo stato di sofferenza fisica e psicologica. Rinvenire negli archivi della Bowie Estate un filmato professionale, sebbene improbabile, non è ancora stato definitivamente escluso ed è considerato uno dei Graal del rock. Restano i frammenti sopravvissuti delle incerte riprese super 8 realizzate all’epoca dai fans. Una delle migliori testimonianze in proposito è il filmato realizzato su YouTube dall’appassionato che si presenta con la sigla Nacho Videos (“Just a fan making videos for other fans”) avendo montato con pazienza una serie di riprese amatoriali realizzate il 25 febbraio 1976 al concerto al Montreal Forum da un altro appassionato, Phillipe Bergeron, sincronizzandole con l’audio fantastico del concerto del successivo 23 marzo al Nassau Coliseum di Uniondale, New York. È il primo dei due video proposti.

Il concerto al Nassau Coliseum, pubblicato nel 2010 come disco aggiuntivo all’edizione deluxe di Station to Station e sette anni dopo come album autonomo nella discografia di David Bowie, è un esempio straordinario dell’affiatamento della band e dello stato di grazia dell’artista. Sebbene le canzoni dell’Isolar II fossero quelle dei dischi della “trilogia berlinese”, quindi, in genere, di migliore qualità musicale, questa pubblicazione testimonia la grandezza dell’artista grazie al nuovo suono che riveste anche le canzoni precedenti a quelle di Station to Station. Il funky e l’estetica del rock tedesco (non vedrete mai, da me, scritta la sciocca e discriminante espressione “krautrock”) esaltano la grandezza della sezione ritmica di Murray e Davis. E se Adrian Belew, nell’Isolar II, era pur sempre Adrian Belew, Stacey Heydon, con la sua Telecaster, non gli è da meno.
Tutte le altre canzoni di Station to Station sono diventate dei singoli. La maestosa Golden Years, in origine scritta per Elvis Presley (1935-1977) e che doveva intitolare l’album. La romantica Word on a Wing che rimanda a certe sonorità alla Hunky Dory. La schizzata TVC 15 che pare sia stata ispirata da un’allucinazione dello strafatto Iggy Pop che credette di vedere la sua ragazza ingoiata da un televisore. Il funk magistrale di Stay che, nell’interpretazione al Nassau Coliseum, raggiunge lo zenit. Infine Wild is the Wind, l’unica canzone del disco non di Bowie, ma composta nel 1957 da Dimitri Tiomkin (1894-1979) e Ned Washington (1901-1976) per la colonna sonora del film Selvaggio è il Vento. In origine fu registrata da Johnny Mathis.
Ava Cherry sostenne che Golden Years fu dedicata a lei e Stay parlava del loro rapporto.
David e Nina
Di tutte le 456 canzoni che, secondo Benoit Clerc (“David Bowie: la storia dietro le sue 456 canzoni”), l’artista avrebbe registrato, considero Wild is the Wind la sua migliore performance (quella originale di sei minuti, non quella ridotta a meno di quattro). David la registrò come omaggio a Nina Simone (1933-2003), che l’aveva cantata nel 1966, perché ne aveva un’ammirazione sconfinata. I due s’incontrarono casualmente all’Hippopotamus, un club privato di New York, nel luglio 1974. Era un periodo in cui la cantante era in grande difficoltà personale ed economica, al punto da stare considerando se continuare o no la sua carriera. Una settimana prima aveva portato la figlia a vedere David Bowie al Madison Square Garden nel concerto conclusivo della tournée di Diamonds Dogs. Lui si avvicinò al suo tavolo e le chiese il numero di telefono.
È nota la predilezione di Bowie per le donne nere come Ava Cherry e Ola Hudson, poi finalizzata sposando Iman Abdulmajid. Alle tre di notte chiamò Nina Simone, ma non si trattò d’una telefonata sentimentale. Le disse invece: “La prima cosa che voglio che tu sappia è che non sei pazza. Non lasciare che nessuno ti dica che sei pazza, perché là fuori, da dove vieni tu, ci sono pochissimi di noi”. Da quella notte iniziò circa un mese di visite e telefonate notturne. Bowie riconobbe lo straordinario valore artistico della donna: “Il tuo problema è che sei un genio. Il tuo genio offusca il denaro e tu non sai cosa fare per ottenerlo. Io invece non sono un genio: ho pianificato, volevo essere un cantante rock e ho semplicemente trovato la formula giusta”.
David insistette affinché Nina non abbandonasse il canto e il pianoforte. Le disse che era un suo dovere continuare perché era nata per quello. In seguito la cantante disse, riconoscente: “Ha più sentimenti lui di chiunque altro io abbia mai conosciuto. Non è umano. David non è di questo mondo”.
