Bruce Springsteen Up Patriots to Arms.
“Libertà è giustizia: per me questo è il significato dell’America”. Lo disse Robert Kennedy per evidenziare che gli americani non possono ritenersi liberi se non garantiscono a tutti i cittadini i diritti civili che affermano, appunto, la libertà e la giustizia.
La questione, sempre spinosa da quelle parti per le discriminazioni a seconda dei contesti e delle epoche, è diventata ancora più delicata dopo l’11 settembre e la riorganizzazione della sicurezza interna. La pretesa di combattere il terrorismo ha concentrato le politiche che intendono farlo in una sola realtà, il Department of Homeland Security (DHS), coordinata dalla Casa Bianca. L’ICE, o Immigration and Customs Enforcement, è un’agenzia federale di polizia che dipende dal DHS. È evidente che se il Presidente degli Stati Uniti è un megalomane provocatore “mezzo mercante e mezzo fascista”, come Marco Bascetta ha definito Donald Trump sul Manifesto, non c’è da stare allegri.
Che cosa può fare, allora, se non testimoniare e solidarizzare con la protesta un anziano cantautore ancora capace di arrabbiarsi e di esprimere il suo dovere civile, e il suo dolore, di fronte alla prepotenza e al terrore scatenati dal “King Trump’s private army”? “Ho scritto questa canzone sabato, l’ho registrata ieri e l’ho pubblicata oggi in risposta al terrorismo di Stato che sta colpendo la città di Minneapolis. È dedicata alla gente di Minneapolis, ai nostri innocenti vicini immigrati e alla memoria di Alex Pretti e Renee Good”. Firmato: restate liberi, Bruce Springsteen, 28 gennaio 2026.
Le strade di Minneapolis e l’ombra lunga di Bob Dylan
Il giorno dopo, di Street of Minneapolis, la città che è stata di Prince (1958-2016) e che dista meno di duecentocinquanta chilometri da Duluth dove nacque Bob Dylan, è stato anche pubblicato il videoclip. Scavalcando il riduzionismo censorio dei media mainstream su quello che sta realmente accadendo in America, il filmato fa vedere le proteste, gli agenti dell’ICE mascherati e bardati come squadristi, le loro armi spianate, i lacrimogeni, le botte, le aggressioni, gli arresti. E poi ci sono i manifestanti, i cartelli, le marce, gli scontri, le foto degli assassinati, i fiori, i lumini accesi, le scritte commemorative nei luoghi dove sono stati uccisi, i cori “ICE out now!” con cui si conclude anche la canzone in un’ideale affermazione del diritto alla sicurezza, prima di tutto, dai crimini dello stato. C’è anche il bambino con il cappello arrestato dagli uomini di Trump.
Diretto dal regista e amico Thom Zimny con immagini scelte da Pam Springsteen, sorella di Bruce e fotografa, alternate a primi piani del cantautore arrabbiato, la cronaca potente fa capire la gravità d’una situazione che vede l’America approssimarsi alla legge marziale. Street of Minneapolis non assomiglia neanche lontanamente all’accorata Streets of Philadelphia di trentadue anni fa, come invece è stato detto. Quella, pluripremiata colonna sonora di Philadelphia di Jonathan Demme, uno dei primi film a trattare il dramma dell’Aids, era una struggente e bellissima ballata appena rovinata da un’invadente batteria elettronica.
Questa è una classica canzone di protesta corale, sincera ma non originalissima. Il ritornello, infatti, richiama, velocizzato, la celebre Desolation Row di Dylan e Springsteen non può non saperlo. C’è da immaginare, quindi, che una volta scelta la musica egli abbia voluto adattarla al testo confidando nella capacità del già sentito di far presa sulla gente. C’è pure una piacevolmente stridula armonica a bocca solista, quasi un omaggio, a rimarcare la derivazione. Tutto vale per una buona causa e Sua Bobbità non può che esserne lusingato.
Il testo di Bruce Springsteen – Streets of Minneapolis
Memoria e responsabilità.
Questa è la mia traduzione del testo di Streets of Minneapolis.
Attraverso il ghiaccio e il freddo dell’inverno,
lungo Nicollet Avenue,
una città in fiamme ha combattuto il fuoco e il ghiaccio
sotto gli stivali di un occupante.
L’esercito privato del DHS di Re Trump
con le armi a tracolla dei loro giubbotti
è venuto a Minneapolis per far rispettare la legge
o almeno così l’hanno raccontata.
Contro il fumo e i proiettili di gomma
alle prime luci dell’alba
i cittadini si sono schierati per la giustizia.
Le loro voci risuonavano nella notte
e c’erano impronte di sangue
dove avrebbe dovuto esserci la pietà
e due lasciati a morire sulla neve per la strada:
Alex Pretti e Renee Good.
Oh, Minneapolis nostra, sento la tua voce
cantare nella nebbia insanguinata.
Resisteremo per questa terra
e per lo straniero in mezzo a noi.
Qui nella nostra casa hanno ucciso e vagato
nell’inverno del ’26.
Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti
per le strade di Minneapolis.
I criminali federali di Trump lo hanno picchiato
in faccia e sul petto.
Poi abbiamo sentito gli spari
e Alex Pretti giaceva morto nella neve.
La loro accusa era di legittima difesa, signore,
ma non creda ai suoi occhi.
È il nostro sangue e le nostre ossa
e questi fischietti e telefoni
contro le sporche bugie di Miller e di Noem.
Oh, Minneapolis nostra, sento la tua voce
che grida attraverso la nebbia insanguinata.
Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti
per le strade di Minneapolis.
Ora dicono di essere qui per far rispettare la legge
ma calpestano i nostri diritti.
Se la tua pelle è nera o marrone, amico mio,
puoi essere interrogato o deportato a vista.
Nei cori “via l’ICE subito!”
il cuore e l’anima della nostra città durano
attraverso i vetri rotti e le lacrime di sangue
per le strade di Minneapolis.
Oh Minneapolis nostra, sento la tua voce
cantare attraverso la nebbia insanguinata.
Qui nella nostra casa hanno ucciso e vagato
nell’inverno del ’26.
Resisteremo per questa terra
e per lo straniero in mezzo a noi.
Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti
per le strade di Minneapolis.
Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti
Per le strade di Minneapolis.
“Via l’ICE subito!”.
Il precedente di American Skin
Non è la prima volta che Bruce Springsteen, nato da un padre di origini irlandesi e olandesi, una madre la cui famiglia era originaria della Penisola sorrentina, testimonia nelle sue canzoni la vicinanza agli immigrati vittime delle brutalità della polizia. Nel 2000 propose dal vivo, includendolo l’anno dopo nel doppio album Live in New York City, il lamento American Skin (41 Shots) per la morte di Amadou Diallo, studente guineano ucciso da quattro poliziotti per un equivoco che lasciava cogliere in controluce la tendenza al razzismo, alla violenza e all’abuso delle armi. All’epoca ci furono dure polemiche con i sindacati della polizia, ma Springsteen non arretrò d’un passo. Adesso, come Neil Young contro Richard Nixon ai tempi della requisitoria Ohio sull’assassinio da parte della Guardia Nazionale di quattro studenti universitari che manifestavano contro la guerra del Vietnam, a essere chiamato a rispondere degli omicidi di Renee Good e Alex Pretti è Trump in persona insieme ai suoi sottoposti Kristi Noem, segretario del DHS, e Stephen Miller, consigliere per l’immigrazione.
I due avevano accusato le vittime di essere dei “terroristi domestici” e che gli squadristi dell’ICE avevano agito per legittima difesa. Ma le foto e i video drammatici che hanno fatto il giro del mondo, dimostrando che Good e Pretti erano disarmati e non pericolosi per l’incolumità dei loro assassini, sono la prova provata che Trump, Noem e Miller hanno mentito. Il 17 gennaio, in occasione del suo concerto al Light of Day Festival nel New Jersey, Springsteen era già stato chiarissimo: “Se credete nella democrazia, nella libertà, se pensate che la verità conti ancora, che valga la pena parlarne e lottare per essa, se credete nella forza della legge e che nessuno sia al di sopra di essa, se vi opponete a truppe federali pesantemente armate e mascherate che invadono le città americane usando tattiche da Gestapo contro i nostri concittadini, se credete che non si debba essere uccisi per aver esercitato il diritto americano di protestare, allora mandate un messaggio a questo presidente”. Il cantautore ha poi dedicato The Promised Land “per la memoria di Renee Good, madre di tre figli e cittadina americana”.
In Italia Antonio Tajani, ministro degli Esteri del governo della nostra presidente e “madre cristiana”, commentando l’indiscrezione poi diventata notizia che agenti dell’ICE saranno in Italia per la sicurezza degli atleti americani impegnati dal 6 al 22 febbraio nei XXV Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina, ha minimizzato: “Non è che stanno ad arrivare le SS”. No, infatti. Non ancora.
