3 Maggio 1959 /22 Ottobre 2025: In memoria di Dave Ball.
All’apparire della notizia della morte di Dave Ball il mio primo pensiero è stato: “E no, e che cazzo”; e il secondo, perché non posso farci niente, la mia testa va cosi e chi mi conosce lo sa: “adesso mi girano le Ball”, perché a certe dipartite reagisco ormai con una rassegnazione che cerca conforto nel calembour.
Sempre più spesso la mia generazione sta osservando la scomparsa del suo mondo sonoro, quello che era ancora tattile, plastico e cartonico prima ancora che aurale e sempre più spesso accade che quel mondo confermi la propria irripetibilità se si cercano odierni confronti.
Dave Ball oltre i Soft Cell
Dave Ball non era solo la metà (sigh) di Soft Cell sebbene per questi verrà ricordato, ma nella foga dello scazzo io voglio invece ricordarlo per esser stato anche e molto altro, per aver imposto la propria cifra stilistica ad epoche lontane e differenti senza mai assurgere ad un ruolo che ne riconoscesse i meriti.
Se nel 1983 se ne usciva con In Strict Tempo, album solista con ospitate di amici del giro che allora lo accoglieva, Gavin Friday e Genesis P-Orridge, i suoi Grid entravano a calcinculo negli anni 90, gli anni dei rave party. Dopo un paio di album, in cui il tentativo di coniugare elettronica e rock sfociava in Evolver, che ridisegnava i confini del genere, allargandosi come l’effetto dei pastiglioni che allora si calavano a pioggia, sino ad arrivare a un album in compagnia di Robert Fripp — e rammento anche le esperienze con i Psychic TV, nel periodo acid sotto l’egida M.E.S.H. con Richard Norris, da cui scaturirono i Grid medesimi.
Ball produsse anche The Moon Looked Down And Laughed dei Virgin Prunes, instaurando l’amicizia sempiterna con Gavin Friday al quale regalerà i fasti sonori dell’ultima fatica Ecce Homo, praticamente un album di Ball cantato dalla prugna.
Lo ricordo nel tentativo folle dei Nitewreckage nel 2011, altra scelta suicida di relegarsi in una band con una cantate già revivalista ed âgée; e nell’ultima esperienza solista con John Savage, Photosynthesis, del 2016.
E in coppia con Marc Almond
Prima, nel mezzo e — pare — persino in primavera, l’esperienza Soft Cell condivisa con Marc Almond: successi e loro smentite; hit enormi che non superarono, in popolarità, la prima — peraltro una cover; la dissipazione feroce di The Art of Falling Apart e lo schiaffo di This Last Night in Sodom; quindi un lungo hiatus chiuso da Cruelty Without Beauty, album della ricongiunzione, e da Happiness Not Included con il suo gemello per pochi adepti, Happiness Now Completed. Tutti dischi attraversati da quel suono di synth capace di farsi, talvolta, altro.
Poco mi consola che nel 2026 uscirà, ancora come Soft Cell, Danceteria, album già programmatico nel titolo, ma mi porto avanti e voglio ricordarlo anche per questo futuro commiato.
Tutta sta roba è scritta di getto, si astengano menosi perfettini perché non è il momento. Echecazzo
