Il fratello maggiore di Pino Daniele.
Ho incontrato James Senese a Martina Franca il 21 febbraio 2015, quarantotto giorni dopo la morte di Pino Daniele (1955-2015). Ne erano invece trascorsi settantadue dal concerto a Bari dell’11 dicembre, un appuntamento del “Nero a Metà Live”: ne avrebbe fatti altri cinque prima di andarsene. Si trattava del tour dove il cantautore e chitarrista napoletano eseguiva integralmente il suo mitico terzo album del 1980, quello della definitiva affermazione. Lo accompagnava la formazione con cui aveva fatto quel disco: Gigi De Rienzo al basso, Agostino Marangolo alla batteria, Rosario Jermano alle percussioni, Tony Cercola ai bongos, Ernesto Vitolo al piano e alle tastiere. Al sax, naturalmente, lui: James Senese.
Per Pino “era un fratello maggiore e una sicurezza, anche perché sapeva tenere i segreti”. Lo dice Simonetta Miniaci, collaboratrice di Willy David che di quel disco, del precedente e dei tre successivi fu il produttore, nonché grande amica dello stesso Pino che in quegli anni seguiva in tournée insieme alla sorella. “Si stimavano, si volevano bene” prosegue. “Di tutto il gruppo, James era quello che conosceva meglio Pino. Insieme ridevano anche molto: James era spiritoso. Si facevano scherzi e ridevano di cose stupide, ma si divertivano tanto. Litigavano e si separavano. Poi si riappacificavano”.
Gaetano Senese, detto Gemsiello
A Bari, Senese è apparso in mezzo al palco suonando una spettacolare introduzione a Chi Tene o’ Mare. Sembrava una divinità africana: mi ha commosso la bellezza e la verità della sua musica. Glielo dissi a Villa San Martino, che non era una proprietà di Silvio Berlusconi ma un relais cinque stelle dedicato al santo patrono di Martina Franca dove James doveva suonare con la ricostituita Napoli Centrale e Tony Esposito. Il percussionista era lì accanto con Vincenzo Scrimieri, alias Vincenzo Sciò, come si propone artisticamente. Vincenzo è il leader della Sciò Live Band che ripropone in Puglia la musica di Pino Daniele. Esposito, e prima di lui Nello Daniele, Joe Amoruso (1960-2020), Rino Zurzolo (1958-2017), hanno suonato con Scrimieri che per me era, ed è, l’amico e il compagno di scuola che a tredici anni mi fece conoscere i dischi di Pino aprendomi la porta sul Napule’s Power.
L’inventore della locuzione, il giornalista, conduttore radiofonico e produttore discografico Renato Marengo, storico coordinatore e attuale direttore di Ciao 2001, non ha dubbi: “L’espressione Napule’s Power, ovvero l’idea dei cosiddetti negri del Vesuvio, considerato che per noi italiani ‘negro’ non è una parola offensiva perché deriva dal latino ‘nigrum’ e non, come per gli americani, dal dispregiativo ‘nigger’, l’ho fatta discendere dal Black Power. Fu però una conseguenza della mia frequentazione con James che è napoletano, ma anche mezzo americano. Lui, a ragione, è sempre stato fiero delle sue origini di figlio della guerra e non le ha mai nascoste. Durante l’occupazione americana c’erano questi soldati che, quand’erano in libera uscita, andavano per Napoli alla ricerca di musica, alcol e signorine. Molte di quelle ragazze finivano per legarsi ai militari e così mandavano avanti la famiglia. Non c’è ragione di vergognarsi: io le considero delle eroine di quell’epoca così drammatica».
Curzio Malaparte ha raccontato quei giorni in un romanzo crudo qual è “La pelle” del 1949. Liliana Cavani ne trasse un film trentadue anni dopo. Gaetano Senese, detto ‘Gemsiello’ dall’amato nonno materno di cui prese il nome, nacque il giorno dell’Epifania dell’ultimo anno di guerra da Anna Senese e James Smith, un soldato afroamericano della 92ª Divisione di Fanteria sbarcata a Salerno. Era un ‘buffalo soldier’ (soldato bisonte), come venivano soprannominati i combattenti neri che costituivano reggimenti segregati a cui Bob Marley avrebbe dedicato una canzone. La vergogna sarebbe stata soppressa alla fine del 1951 con la guerra in Corea.
Il Napule’s Power
Il piccolo Gaetano prese il nome del padre quando James Smith, due anni dopo la sua nascita, rientrò negli Stati Uniti e smise di dare sue notizie. “In quel sax magnifico a Bari ci ho sentito John Coltrane, Pharoah Sanders, Jimi Hendrix: un senso di onestà, di purezza, che mi ha anche fatto venire in mente la voce di Gil Scott-Heron” gli comunicai guardandolo negli occhi mentre anche lui mi guardava fisso per decidere se fossi sincero o no. Lo ero: altro che lo ero. Però gliel’avevo detto apposta: volevo farlo contento. Sapevo che, da ragazzo, s’era innamorato del sassofono come strumento musicale guardando la copertina d’un disco di John Coltrane che la madre aveva portato a casa e decidendo che il grande musicista assomigliava a suo padre. Da allora, nel suo immaginario, i lineamenti dei due erano diventati una cosa sola.
La madre glielo comprò, un sassofono, al prezzo di alcune cambiali. “Nella musica ho condensato tutte le mie angosce, le mie paure, soffiandole via, letteralmente” si legge come sua dichiarazione in un articolo di Flaviano De Luca sul Manifesto. “Ho capito che potevo liberarmi di tutti i problemi, che potevo scacciare i timori che attanagliavano la mia anima. Sono di famiglia modesta, per non dire povera. Suonando decisi che avrei voluto parlare degli ultimi, di quelli che non ce la fanno, di quella parte di popolo che vive a testa bassa per portare a casa la pagnotta; ma avrei anche voluto parlare di amore e rispetto per le persone”.
Gli Showmen
Dopo l’esperienza degli Showmen con Mario Musella (1945-1979), un altro figlio della guerra ‘nero a metà’ pur essendo suo padre un pellerossa cherokee, morto prematuramente e a cui Pino Daniele dedicherà appunto il suo terzo disco, James Senese fonda con il batterista Franco del Prete (1943-2020) il gruppo jazz rock Napoli Centrale. “Lui fu il tratto d’unione di diverse esperienze musicali innovative” riflette Renato Marengo. “Gli Showmen introdussero in Italia il loro caratteristico rithm’n’blues melodico. Napoli Centrale, invece, fu uno dei primi gruppi jazz rock. Una volta quattro ragazzi ne vennero a sentire le prove: erano i Weather Report. Vidi Joe Zawinul avvicinare James e chiedergli della sua musica. Proprio James rappresentava la colonna portante d’un movimento nato anche grazie al suo meticciato musicale. Lui, Mario Musella, Franco Del Prete, Roberto De Simone, Enzo Avitabile, Pino Daniele, Tullio De Piscopo, eccetera, frequentavano i locali della zona del porto e crescevano musicalmente scambiandosi le loro esperienze. Non mancava, in quel crogiolo di musiche, la canzone napoletana classica: James ha realizzato una sua versione di Malafemmena che avrebbe inorgoglito Totò. Fu così che venne fuori il Napule’s Power: un po’ come Vinícius de Moraes, Antônio Carlos Jobim e João Gilberto idearono la bossa nova”.
Nei testi sofferti, veraci, di James con Napoli Centrale, nel suo uso istintivo della voce apparentemente sgraziata come elemento ritmico, ci sono modi e stili che Pino Daniele farà evolvere, personalizzandoli, nei suoi dischi e nei suoi concerti. Il ventenne Daniele entra come bassista in Napoli Centrale nel 1975 e ci resterà due anni. James ne intuisce il talento e gli compra un basso affinché progredisca musicalmente. Quando Pino incomincia a volare, James è al suo fianco. Il sassofonista sarà fondamentale per un disco immenso come il secondo omonimo del 1979, quello dove c’è Chi Tene o’ Mare che può essere considerata la sintesi meravigliosa della loro arte insieme.
La coscienza intransigente della Napoli popolare
Me lo autografò, quell’album leggendario, James Senese. “Lo considero uno dei più grandi dischi italiani di tutti i tempi. Molto è merito suo” conclusi. Mi sorrise, imbarazzato. Persona genuina, semplice nella sua malinconia, a suo modo schivo, non era abituato a ricevere complimenti da uno sconosciuto nonostante alla fine avesse deciso, nella sua apparente scontrosità, che gli ero simpatico.
“Lui e Pino vivevano per i figli” ricorda Simonetta Miniaci. “Quindi, si capivano: tutto per i figli. James era buono e generoso: a me e a mia sorella ci voleva bene”. Non si era mai voluto trasferire dal quartiere difficile in cui era nato: Miano, nella parte settentrionale della metropoli campana, che contribuisce, con ventiseimila abitanti circa, ai novantunmila della settima delle dieci municipalità di Napoli di cui fa parte insieme ai quartieri di Secondigliano e di San Pietro a Patierno. Sulla facciata d’un palazzo, accanto al volto di Diego Armando Maradona in quello accanto, hanno dipinto una tipica espressione di James. “Poteva andare via, come Pino. Ma lui diceva che quelle erano le sue radici” osserva ancora Simonetta Miniaci. “Viveva in una casa popolare: semplice, come lui”.
Non aveva mai accettato, Senese, proposte artistiche che lo costringessero a venire meno alla sua integrità. “Ho sempre fatto musica per la mia gente, per gli outsider, per quella parte di umanità che si spacca la schiena per portare a casa un pezzo di pane e continuerò a farlo. Sono nato in una terra di outsider: sono un outsider”, ha detto a Carmine Aymone in una bella intervista pubblicata da Rolling Stone. “Aveva i suoi principi e non scendeva a compromessi” ribadisce Simonetta Miniaci. “La sua forza è stata anche sua moglie. Lo ha sempre sostenuto anche quando, agli inizi, facevano la fame. Adesso sono di nuovo insieme”.
Rina, calabrese, sposata quand’erano giovanissimi, gli aveva dato Anna e Pasquale. Se n’era andata, con suo grande dolore, tre anni fa. Adesso Pino Daniele e quelli che con lui stanno ricostituendo la Superband in cielo hanno di nuovo con loro il più bravo, il più anticonformista, il più vero e coerente. Autentica coscienza critica e pacifica, onesta e irriducibile, dell’umanità alla ricerca di risposte e verità.

