Copertina Hounds of Love

Joni, Laura e il Sergeant Pepper’s di Kate Bush: Hounds of Love

«A posteriori fu subito chiaro che il disco era un capolavoro: il suo Sergeant Pepper’s. Un’opera che consacrava la sua unicità e il suo coraggio come artista in cerca di avventure sonore sempre nuove. Come prima di lei Joni Mitchell e Laura Nyro, Kate Bush mi apparve subito come un’artista totalmente originale, e negli anni Settanta non c’erano molte donne nel firmamento del rock e del pop. Anzi lei, come le altre, ha aperto un varco cruciale anche nella percezione del music business stesso, non solo del pubblico». Hounds of Love, quinto album considerato il suo disco migliore oltre che uno dei più grandi degli anni Ottanta e della storia della musica, è stato pubblicato esattamente quarant’anni fa. Guido Harari curò l’immagine di Kate Bush dal 1982 al 1993.

Londra, 1985
Londra, 1985

Fotografo tra i più noti e apprezzati tra i musicisti del pop e del rock internazionale, disse di lui Lou Reed (1942-2013): “So che le sue saranno immagini musicali, piene di poesia e di sentimento”.

La parola d’ordine:  de-iconizzare

Guido Harari fu chiamato a realizzare le foto ufficiali per Hounds of Love dopo che, tre anni prima a Riva del Garda, lui e Kate Bush si erano conosciuti in occasione della presentazione del precedente album The Dreaming. “Avevo appena ultimato il mio primo libro con Lindsay Kemp, il suo mentore storico, e pensavo che miglior biglietto da visita non avrei potuto avere”, rammenta. “La accompagnavano due ballerini, uno dei quali era Douglas McNicol della Lindsay Kemp Company. Lo conoscevo bene e fu un aiuto prezioso. Realizzammo delle foto su un set improvvisato in un sottoscala dell’hotel dopo l’esibizione in televisione. Quelle foto le piacquero molto perché avevano un taglio performativo che collegavamo entrambi alla lezione di Kemp. Pochi mesi dopo ci rivedemmo a Londra, negli studi di Abbey Road, dove le consegnai una copia del libro di Kemp fresco di stampa”.

La copertina di Hounds of Love, Kate distesa languidamente tra i suoi cani da caccia Bonnie e Clyde, metafora della paura dell’innamoramento, fu un affare di famiglia. Quella foto fu scattata infatti dal fratello maggiore, John Carder Bush, anche lui fotografo. Ma Guido Harari fu l’architetto dell’immagine di lei che, all’epoca ventisettenne, dalla sensuale teenager del fulminante esordio di Wuthering Heights si era trasformata in una donna la cui bellezza insolita, vivida, non poteva essere scissa da una profondità artistica e creativa non comune.

Guido Harari con Kate Bush e Lindsay Kemp nel 1993
Guido Harari con Kate Bush e Lindsay Kemp nel 1993

“Quando ci siamo incontrati per pianificare la direzione da imboccare con le nostre foto, il suo unico suggerimento fu di fotografarla come avevo fatto con Kemp: con naturalezza, senza costruzioni”, spiega Harari. “Kate andava de-iconizzata: voleva apparire quasi la ragazza della porta accanto. Cosa peraltro non semplice perché bastava che lei alzasse un sopracciglio per diventare l’icona che sappiamo. Dunque si trattava di assecondare e dribblare di continuo, cercando di prendere sempre più le distanze dai ritratti di altri fotografi, soprattutto quelli di Gered Mankowitz”.

Benedetto Fairlight

Hounds of love fu suddiviso in due sezioni nelle facciate del long-playing. La prima, più accessibile e con lo stesso nome del disco, conteneva cinque canzoni pop, una meglio dell’altra, che proponevano ciascuna una visione diversa del sentimento amoroso. La seconda sezione, The Ninth Wave, allegoria della forza irresistibile del mare e quindi della natura tratta dal poema The Idylls of the King di Alfred Tennyson (1809-1882), è il concept narrativo delle peripezie, tanto reali quanto immaginarie, d’una naufraga in attesa di soccorso che, sotto le stelle, perde progressivamente coscienza.

The Dreaming non era stato un grande successo e Kate Bush, per focalizzare il suono che voleva in un’epoca in cui le tastiere elettroniche stavano diventando nel pop quello che erano state le chitarre nel ventennio precedente, scelse d’isolarsi e di elaborare composizioni insieme al suo compagno di allora, il bassista e tecnico del suono Del Palmer (1952-2024: è l’uomo immobilizzato sulla poltrona nel video di Experiment IV). Kate fa costruire uno studio di registrazione con ventiquattro tracce nel fienile della sua casa nella campagna a sud est di Londra e ibrida suoni elettronici con suoni di veri strumenti, in un avvicendarsi di modernità e tradizione filtrati attraverso un rigoroso approccio sperimentale. Diventa così produttrice esecutiva del suo lavoro, mantenendo un controllo totale sulla resa della musica che rispecchiò completamente il processo creativo.

Londra, 1993
Londra, 1993

Qualche passaggio musicale fa pensare a coevi lavori di Laurie Anderson e dell’amico Peter Gabriel, al cui quinto album So, dell’anno dopo, contribuirà con il celebre duetto di Don’t Give Up. La grande protagonista, sia in Hounds of Love che poi in So, è la tastiera Fairlight CMI, sigla che sta per Computer Musical Instrument. Si trattava del primo sistema elettronico progettato per la registrazione, il montaggio e la riproduzione dell’audio digitale. Per fare un paragone, il Fairlight sta a Hounds of Love come il sintetizzatore analogico VCS3 sta a The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd di dodici anni prima. Ideato nel 1979, popolare nella prima metà degli anni Ottanta, già usato da Kate nel suo terzo album, Never for Ever, il Fairlight venne utilizzato per programmare molte sequenze delle canzoni. Il risultato fu un suono che, pur tipico di quegli anni, nel tempo non ha perso freschezza.

Appena pubblicato, Hounds of Love raggiunse direttamente il primo posto nella hit parade britannica. Spodestò Like a Virgin di Madonna: quello sì un tipico, e invecchiato, disco del 1985.

L’inseguimento dei cani da caccia …

L’incipit di Running Up That Hill (A Deal With God), con il suo andamento marziale ed eroico, è emblematico d’un equilibrio sonoro che ha mantenuto la capacità di guardare al futuro. La dimostrazione è il primo posto in classifica raggiunto tre anni fa dopo che la canzone aveva conosciuto una rinnovata popolarità dalla riproposizione nella serie televisiva Stranger Things di Netflix. L’autrice, a quasi sessantaquattro anni, è diventata così l’artista più anziana ad arrivare prima nella classifica delle canzoni pop britanniche.

Ritmate e modernamente chiassose sono la title track, dove la paura d’innamorarsi viene paragonata alla sensazione d’essere inseguiti da cani da caccia, e The Big Sky, dall’andamento africaneggiante. La quarta canzone, Mother Stands for Comfort, sull’incondizionato amore materno, reinterpretata tra gli altri da Jane Birkin, è un piccolo capolavoro minimale anticipatore di certe atmosfere rarefatte dell’album 50 Words for Snow di ventisei anni dopo. È l’unica delle cinque canzoni del primo lato che non sarà un singolo, né beneficerà d’un video.

Il grande capolavoro di Hounds of Love è invece quella meraviglia di Cloudbusting, ispirata alle memorie di Peter Reich in cui si rammarica di non essere riuscito a difendere il padre Wilhelm, immaginifico scienziato noto per i suoi studi sul rapporto tra autoritarismo e repressione sessuale, dall’arresto da parte del FBI e dal carcere, nel quale morì a causa d’un malore. Wilhelm Reich, psichiatra e psicanalista austriaco allievo di Sigmund Freud, emigrato negli Stati Uniti perché ebreo, nel video della canzone è impersonato da Donald Sutherland mentre Kate Bush è Peter. Lei canta: “Sogno ancora Orgonon /e mi sveglio piangendo. /Tu stai creando la pioggia /e sei solo a un passo /quando tu e il sogno scomparite”.

Orgonon era la casa laboratorio di Reich nel Maine dove, come si vede nel video, lui e Peter sperimentavano dei cannoni per far piovere, cosa che Peter-Kate riesce a fare per la gioia di Reich-Sutherland che esulta nell’auto degli agenti che lo sta portando via per sempre. Il canto appassionato, l’incalzante marcia militare, l’invincibile coro di gioia, trasformano la visione molto idealizzata della vicenda in un inno contro ogni tentativo governativo d’insabbiare esperimenti capaci di favorire il progresso.

  … E il naufragio del corpo e dell’anima

Se il primo lato del disco è eccellente, il sette movimenti di The Ninth Wave immortalano Hounds of Love nella storia della musica per l’ispirazione e il coraggio visionario che inducono l’artista, tra l’altro, a intrecciare l’elettronica con la sua voce dalle capacità non comuni. Nella prima composizione, And Dream of Sheep, della quale nel 2016 verrà proposto un videoclip, viene introdotta la metafora del naufragio. Non è un tema originale: fin dall’antichità il naufragio simboleggia la precarietà e la fragilità dell’esistenza esposta alle incertezze del mondo. Kate Bush, però, la affronta da una prospettiva femminile e personale. “Ero in pieno naufragio, fisicamente e mentalmente. Mi svegliavo la mattina e scoprivo che non potevo muovermi” disse, anni dopo, del periodo precedente all’elaborazione del disco. Per prima cosa la naufraga deve resistere e non abbandonarsi al rischio di finire sotto il ghiaccio (Under Ice): sarebbe la fine. La lotta è contro il freddo e la fatica, ma anche con le allucinazioni che riportano a galla paure primordiali (Waking the Witch) tra elettronica vagamente aliena e vocalizzi frammentati tra i quali, a un certo punto, spunta il campionamento dell’elicottero di The Wall dei Pink Floyd, quasi il salvataggio sia dietro l’angolo.

Invece la naufraga, presa nelle spire del delirio, si trova proiettata in una dimensione atemporale, esotica, fantastica, in cui però immagina la persona amata privata della sua presenza (Watching You Without Me), prima che l’abilità della musicista nel saper assemblare le sonorità sintetiche ai suoni pop tradizionali si sublimi in una tipica, visionaria danza folk irlandese (Gig of Life). Un breve dialogo dell’astronauta Daniel Brandenstein con il centro di controllo della Nasa durante la prima missione dello Shuttle nel 1983 introduce il lirismo di Hello Earth dove la naufraga, vicina alla fine, sembra raggiungere la salvezza: “Tutti voi marinai /fuori dalle onde, fuori dall’acqua. /Tutti voi salvagenti /fuori dalle onde, fuori dall’acqua. /Tutti voi incrociatori, fuori dalle onde, fuori dall’acqua. /Tutti voi pescatori, tornate a casa. /Vai a dormire, piccola Terra”. Il finale quasi giocoso (The Morning Fog) è la nebbia del mattino bucata dalla luminosità dell’happy end con la riscoperta semplice dell’amore per gli amati: “Bacerò la terra. /Lo dirò a mia madre, /lo dirò a mio padre, /lo dirò al mio amore, /lo dirò ai miei fratelli /quanto li amo”.

L’equilibrio del disco porta a escludere alcune canzoni, tutte di valore, registrate in quel periodo: verranno riproposte in successive riedizioni o in antologie. Si tratta di Be Kind to My Mistakes, Under the Ivy, Burning Bridge, My Lagan Love. The Handsome Cabin Boy, Not This Time e soprattutto Experiment IV che si ricollega all’analogo sentimento di ribellione verso le malefatte del potere di Cloudbusting, in questo caso dei militari che cercano di sperimentare il suono come un’arma. Pubblicata l’anno dopo nell’antologia The Whole Story di cui costituisce l’unico inedito, è raccontata anche in un video inquietante e in una versione di oltre sei minuti e mezzo nella quale risalta ancora meglio l’aspro e onirico violino di Nigel Kennedy.

 The Kate Inside

Underwater, Londra, 1989 (foto di copertina di The Kate Inside)
Underwater, Londra, 1989 (foto di copertina di The Kate Inside)

“Non mi era stato concesso di ascoltare Hounds Of Love prima del servizio fotografico”, racconta ancora Guido Harari. “Quel giorno in studio lei fece suonare una cassetta a un volume incredibilmente basso. Ricordo di aver colto solo qualche frammento di And Dreams of Sheep e lei non ritenne importante rivelarmi alcunché del disco. Difatti scattammo tutto il giorno nel silenzio più assoluto, cosa molto strana che non mi sarei aspettato. Negli anni Ottanta i servizi promozionali esigevano più quantità che qualità. Per Hounds of Love elaborai undici diversi set per lei e ci vollero quindici ore per scattarli tutti o quasi! Ricordo che puntai molto su una varietà di situazioni che sapevo dovevano essere multiuso e su una luce diffusa per neutralizzare eventuali problemi di ritocchi: in un’epoca pre-Photoshop sarebbe risultato molto costoso postprodurre tante immagini. Kate si affidò completamente, sempre più rassicurata dalle Polaroid di prova che scattavo prima di procedere con le fotografie vere e proprie. Le foto ebbero un enorme successo e furono pubblicate in tutto il mondo. Il che spinse Kate a richiamarmi nel 1989 per The Sensual World e ancora nel 1993 per il cortometraggio The Line, The Cross & The Curve”.

Kate Bush Birdfish

L’omaggio d’uno dei più grandi fotografi del rock al suo lavoro con una delle più grandi artiste nella storia della musica e alla magnificenza della sua arte è un volume fotografico di grande formato e in tiratura limitata, The Kate Inside, che può essere richiesto contattando la sua galleria fotografica Wall of Sound, realizzata ad Alba nel 2011 con Cristina Pelissero. Si tratta, per dirla come la presenta, d’una “specialissima capsula del tempo dove l’immaginario collettivo può riconnettersi con l’emozione visuale della musica e della sua cultura”. Guido Harari conclude: “Kate Bush è una sperimentatrice e, come tale, non corrisponde a nessun criterio di giudizio sulla sua arte. Va apprezzata per il suo coraggio senza mezzi termini e per essersi calata totalmente nella sua arte schivando una socialità che non le appartiene. La chiamerei purezza assoluta”.

Tutte le immagini, tranne la copertina di Hounds of Love, sono di Guido Harari e sono riprodotte per sua gentile concessione.

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Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

Di Pietro Andrea Annicelli

Pietro Andrea Annicelli è nato il giorno in cui Paul McCartney, a San Francisco, fece ascoltare Sergeant Pepper’s ai Jefferson Airplane. S’interessa di storia del pop e del rock, ascolta buona musica, gli piacciono le cose curiose.

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