Patti Smith, Horses e il disappunto di Van Morrison.
Il 10 novembre 1975, non casuale ottantasettesimo anniversario della morte di Arthur Rimbaud (1854-1891), Patricia Lee Smith in arte Patti, fotografata in bianco e nero come una fata androgina dal suo amico Robert Mapplethorpe (1946-1989) in copertina al suo primo, grande disco, irrompeva nella storia nel rock. Memorabili i versi iniziali di liberazione iconoclasta: «Gesù è morto per i peccati di qualcuno, non per i miei». Introducevano la personale reinterpretazione di Gloria, canzone di George Ivan Morrison detto Van, 1964, già rielaborata dal vivo da un altro Morrison, James Douglas detto Jim.
Sia il cantante dei Doors che la Smith non volevano urtare Van Morrison. Ma se il primo gli aveva lasciato il dubbio atroce d’una parodia, la seconda ebbe un effetto disarmante: “Se capita qualcosa come ciò che sta facendo Patti Smith, tendo ad accettarlo per quello che è e ad andarmene”. Più chiaro di così …
Rock’n’Rimbaud
La “sacerdotessa del rock”, come di lì a poco sarebbe stata denominata per i concerti trasformati in rituali catartici attraverso la sua passionalità, non si scompose più di tanto. In fin dei conti lei, discendente poetica diretta appunto di Jim Morrison (1943-1971) che a sua volta lo era di Rimbaud, temprata come artista di strada a New York attraverso la relazione bohemienne con Mapplethorpe e molteplici esperienze artistiche tra cui, per restare fra i Doors, una recita poetica in un disco di Ray Manzarek (1939-2013), non poteva che intendere il rock’n’roll come arte rivoluzionaria in continua evoluzione. Dare a Gloria un senso nuovo, più sfrontato e sarcastico, faceva parte dei tempi che stavano arrivando.
Era alle porte la prima e più autentica ondata punk, nella quale si è voluto ricomprendere la Smith pur essendo la sua musica un ritorno originale e luminoso a un certo rock letterario d’avanguardia, appunto alla Doors e alla Velvet Underground, piuttosto che un anfetaminico rock’n’roll disarmante alla Ramones. Rispetto a dischi osannati e invecchiati o defunti come i loro autori, Horses continua a essere quello che era già allora: una sfida dell’intelletto che parte dall’universo poetico della sua autrice, una formidabile catalizzatrice di emozioni, per inoltrarsi, attraverso la musica potente ma sensibile e all’occorrenza evocativa, nella forza espressiva dei testi e delle storie che raccontano. La rabbia, trasformata in lirismo, diveniva così liberazione. Rock’n’Rimbaud si disse, anche se non mancavano echi di William Blake (1757-1827), di Charles Baudelaire (1821-1867) e dei poeti beat.
Gloria, trasformata in inno sensuale, aggressivo e a tratti gioioso, delinea immediatamente il senso. Patti Smith crede a quello che canta: è la ragione, più che del suo successo, della devozione che le riserva il pubblico. La parola, attraverso la musica, riacquista un potere che la rende trascendenza. Il rock come liturgia.
L’erede di Jim Morrison
Lei riesce in quello che Jim Morrison cercò di fare: evocare la dimensione angelica attraverso la poesia come atto di militanza artistica, non dissociandola dalle inevitabili e talvolta tragiche passioni della condizione umana ma anzi, all’occorrenza, attraversandole. Se lui finì presto schiacciato dalla celebrità scandalosa che innescava la sua fragilità, la natura artisticamente ribelle della Smith è riuscita a dispiegarsi, fino alla soglia degli ottant’anni che compirà tra tredici mesi, mantenendo salda la capacità di testimoniare la forza visionaria e il candore della parola sciamanica. In Wave, l’ultimo disco del 1979 prima del temporaneo ritiro dalle scene per sposarsi e metter su famiglia, lo esplicita in versi di Jean Genet (1910-1986): “Oh attraversa i muri; se devi, cammina sul bordo dei tetti, degli oceani; copriti di luce; /usa la minaccia, usa la preghiera … /I miei dormienti fuggiranno verso un’altra America”.
Horses rappresenta il bruciante scatto iniziale verso la riconoscibilità universale di questa identità artistica eroica e mistica. È il disco che rende Patti Smith ineguagliabile da qualunque cantautrice prima e dopo di lei. Il New York Times la definisce “la prima poetessa a tradurre i suoi versi nel rock’n’roll e ad aprire le porte della sua allucinata fantasia agli appassionati di rock d’avanguardia”. Lo fa con un gruppo di musicisti amici. Innanzitutto Lenny Kaye, compagno di tanti reading di poesia, alla chitarra solista. Poi Ivan Kral (1948-2020) alla chitarra ritmica e al basso, Jay Dee Daugherty alla batteria e Richard Sohl (1953-1990) al pianoforte. Sono il Patti Smith Group: è merito loro l’estetica sonora che renderà originale e carismatica quella musica.
Il senso e il valore
Qualcuno ha detto che Patti Smith ha inventato il punk: è una sciocchezza colossale. Se l’apologetica del movimento può aver insistito su una figura così potente e coeva per ovvie ragioni di autopromozione, è altrettanto vero che lei si è limitata a essere se stessa: fare e dire quello che voleva. In altre parole, se il punk si è servito di Patti Smith, lei non ne ha avuto bisogno. È l’unica artista di quel tempo il cui valore sia giunto inalterato, oltre a poter reggere il confronto con i grandi dell’epoca d’oro del rock. A quegli artisti ha spesso reso omaggio rappresentandone la continuità.
Semmai Patti ha insegnato alla sua generazione come tirarsi fuori da quelle regole sciocche della società che ingabbiano i sentimenti e le sensibilità individuali, rappresentando anche in questo l’ideale continuità con i suoi predecessori. Horses non è l’inizio d’un movimento, ma un disco pensato per far sentire meno sole le persone come lei: spirituale, sensibile, diversa anche tra i diversi, tendente alla saggezza e allo splendore. È la tappa cruciale d’una storia fatta di reading poetici per New York al suono della chitarra di Lenny Kaye, di recensioni da lei scritte per Creem e Rolling Stone, di aggressività e dolcezza trasformate in speranza.
Il 10 dicembre 2016, quando Patti presenziò a Stoccolma alla cerimonia ufficiale di consegna a Bob Dylan del Premio Nobel per la Letteratura, invitata dall’Accademia svedese perché Sua Bobbità non poteva esserci a causa di “precedenti impegni”, smise di cantare A Hard Rain’s a-Gonna Fall sopraffatta dall’emozione. Imbarazzata, ha ricominciato chiedendo aiuto al pubblico, inclusi i reali di Svezia. In quel momento si è avuto uno squarcio visibile del senso e del valore di “settant’anni trascorsi a essere umana”.
John Cale: l’avanguardia pop
Se riconoscere l’eccezionalità di Patti Smith è pleonastico, e se già a suo tempo risaltò quanto fosse importante la sua complementarietà con il Group, Horses non sarebbe diventato così iconico se la produzione non fosse stata d’un artista unico qual è John Cale. Colui, cioè, che più d’ogni altro, Lou Reed (1942-2013) compreso, è stato l’artefice del lirismo e del rumorismo dei migliori Velvet Underground: quelli dei primi due album. Già Cale, da produttore, aveva alle spalle due dischi eccezionali: The Marble Index, 1968, e Desertshore, 1970, secondo e terzo album di Nico (1938-1988). In Horses s’incontrano l’espressività militante di Patti e l’approccio avanguardistico di Cale, plasmando un’opera tanto apparentemente semplice quanto innovativa nel tenere insieme poesia, energia, bellezza, redenzione. Il sacro e il profano finiscono così amalgamati e trascinati dal flusso di coscienza poetico e musicale.
Dal loro incontro ne guadagnò l’originalità del disco e anche, forse, la sua spiritualità. Sono ospiti alla chitarra Tom Verlaine (1949-2023) in Break It Up, di cui è coautore, e Allen Lanier (1946-2013) in Elegie, che firma. Il chitarrista dei Blue Öyster Cult aveva con Patti, che lo citava nelle poesie, una relazione sia sentimentale che professionale durata fino al 1978. La spilla a forma di cavallo che si scorge in copertina capovolta sulla giacca che lei poggia sulla spalla era un regalo di Lanier, conosciuto perché il manager dei Blue Öyster Cult la presentò al gruppo suggerendole di unirsi a loro. Non avvenne, ma la Smith scrisse alcuni testi per le loro canzoni.
La narrativa
Horses, dopo Gloria, prosegue con il rock’n’reggae di Redondo Beach che commenta musicalmente un testo scritto nel 1971. Patti, memore d’un violento litigio con la sorella Linda, s’inventa un suicidio conseguente a un amore lesbico. In Birdland, che nel titolo precorre di due anni la celebre composizione dei Weather Report dedicata a Charlie Parker, la Smith, dieci prima anche di Kate Bush per la memorabile Cloudbusting, interpella A Book of Dreams, il libro di memorie di Peter Reich su suo padre Wilhelm.
L’affascinante figura dello scienziato viennese, emigrato negli Stati Uniti perché ebreo, perseguitato per l’eccentricità del suo pensiero, morto accidentalmente in carcere quando il figlio aveva tredici anni, ispira una mirabile improvvisazione poetica e musicale. Peter, raccontò Patti, poco dopo la morte del padre credette di vedere un’astronave nel cielo. Si convinse che Wilhelm ne era alla guida e che era venuto a prenderlo. “Ma, nonostante le sue grida disperate, la luce svanì nel cielo notturno mentre Peter giaceva sull’erba, piangendo sotto le stelle”.
La preghiera emozionante e dolorosa di Free Money, che segue, evoca il desiderio della madre di vincere la lotteria e riscattare così le ristrettezze della vita: “Ogni notte, prima di andare a letto /trovo un biglietto, vinco la lotteria. /Pesco le perle dal fondo del mare. /Incasso tutto e ti compro tutte le cose di cui hai bisogno. /Ogni notte, prima di appoggiare la testa sul cuscino, /vedo quei bigliettoni che volteggiano attorno al mio letto. /Lo so che sono rubati, ma non mi sento in colpa. /Prendo quei soldi e ti compro le cose che non hai mai avuto”.
Kimberly, suggestiva per i suoni d’ambiente, è un ricordo d’infanzia ancora della madre che tiene in braccio la sorella più piccola durante un temporale nella loro casa nel New Jersey. Nella citata Break It Up l’ispirazione viene, ancora una volta, da Jim Morrison. Qualche tempo prima, Patti aveva visitato a Parigi la tomba del cantante nel cimitero di Père-Lachaise, dov’era stato sepolto nel luglio 1971 dopo la sua morte improvvisa. La canzone racconta un sogno in cui un angelico Jim cerca di liberarsi da una lastra di marmo in cui era fuso. Lei gli grida: spezzala, spezzala, spezzala. Alla fine Jim ci riesce e vola via.
Trascendenza e morte
I quasi dieci minuti di Land rappresentano invece la consacrazione del Rock’n’Rimbáud. La suite epica è divisa in tre parti: il poema Horses, la canzone Land of the Thousand Dances di Chris Kenner e Antoine Domino, il finale dal titolo caustico La Mer(de). Johnny, l’adolescente che ne è il protagonista metafisico, è ispirato all’omonimo personaggio del romanzo The Wild Boys di William Burroughs, il cui simbolismo fu evocato dal primo “trip” con l’acido lisergico fatto da Patti con Robert Mapplethorpe. Violentato da un altro ragazzo, Johnny impersona gli ideali dell’America, la sua libertà, la bontà degli anni Sessanta che non potevano durare.
Sono quegli ideali, rappresentati nel poema da cavalli bianchi con il naso fiammeggiante, che portano Johnny a un livello spirituale più alto. Egli si rende consapevole del materialismo insensato del suo tempo e di non essere mai stato veramente libero. Una vecchia canzone cantata da Wilson Pickett nel 1966, Land of the Thousand Dances, diviene la sua presa di coscienza della possibilità di liberarsi del suo tempo attraverso i piaceri del sesso, l’uso ricreativo delle droghe, la bellezza della danza. La trascendenza di Johnny è la stessa dell’autrice, guidata da una cavalla nera fino a una scalinata che conduce al mare che lava via la sua disperazione: “Non c’è terra se non la terra. /Non c’è mare se non il mare. /Non c’è custode della chiave /tranne colui che coglie le possibilità”. Tuttavia per Johnny la beatitudine del mare non dura. Egli soffre la finitezza della condizione umana e, per il suo vissuto, la pressione della società. Il suicidio è la via che sceglie per uscire da questo mondo.
È il finale La Mer(de), dove la bellezza ideale del mare, evocato dal titolo della celebre composizione di Claude Debussy, ma anche dalla poesia di Baudelaire, naufraga di fronte al realismo tragico dell’esistenza. Il doppio senso è un omaggio all’amato Rimbáud, artefice dell’idea del poeta come veggente, e ai poeti maledetti per la loro aspirazione alla libertà di cui l’autrice fissa i limiti non rinunciando, attraverso il tragico e l’osceno, a un atto di ribellione che è esso stesso poetica della libertà. Le immagini scelte per esprimere questa storia la Smith le ha rivelate nel 2010 pubblicando Just Kids, libro di memorie che racconta la sua relazione con Mapplethorpe e la realizzazione di Horses.

L’edizione del cinquantenario
Il disco termina con Elegie, dedicata a Jimi Hendrix (1942-1970) che una sconosciuta Patti Smith incontrò nel 1970, un mese prima che lui morisse, e nei cui studi Electric Ladyland di New York, tra il settembre e l’ottobre 1975, Horses fu registrato. Il testo è un vero e proprio omaggio sottinteso ai grandi caduti del rock e al potere salvifico di questa musica: “Non so proprio cosa fare stasera. /Mi fa male la testa mentre bevo e respiro. /I ricordi mi cadono come crema nelle ossa. /Mi muovo da sola. /Ci deve essere qualcosa che posso sognare stasera. /L’aria è piena dei tuoi movimenti. /Tutto il fuoco è congelato, eppure ancora /ho la volontà. /Trombe, violini, li sento in lontananza /e la mia pelle emette un raggio /ma penso che sia triste. /È un vero peccato /che i nostri amici non possano essere con noi oggi”.
I cinquant’anni dell’album, che costituì una fondamentale fonte d’ispirazione, tra gli altri, per Michael Stipe inducendolo a fondare i REM e per Stephen Morrissey che incontrò Johnny Marr a un concerto di Patti a Manchester nel 1978, hanno permesso la fuoriuscita dagli archivi d’un intero disco d’inediti. Oltre all’album rimasterizzato, il doppio cd per la Arista Legacy/Sony Music contiene versioni inedite di Gloria, Redondo Beach, Birdland, Kimberly, Break It Up che, insieme a Snowball, Distant Fingers, The Hunter Gets Captured by the Game e We Three, non incluse in Horses, costituiscono il provino che il Patti Smith Group sostenne nel 1975 presso la Rca Records. Insieme alla riproposizione dell’intero album dal vivo nel 2005 alla Royal Festival Hall di Londra con una band che comprendeva Lenny Kaye e Tom Verlaine alle chitarre, Flea dei Red Hot Chili Peppers al basso, Jay Dee Daugherty alla batteria e Tony Shanahan al pianoforte al posto dello scomparso Richard Sohl, registrazione acclusa vent’anni fa all’edizione del trentennale, la nuova pubblicazione completa la visione prospettica d’uno dei più grandi dischi rock.

