Elvis Presley: 90 anni senza mai invecchiare.
In questo triste 2025 Elvis Presley avrebbe compiuto 90 anni. E quella Rca che tanto sangue gli succhiò in vita ha ben pensato di soffiare a modo suo su quella candelina mai spenta, ovvero succhiandone (se possibile) ancora e pubblicando il 1° agosto un cofanetto di cinque cd (del quale l’edizione in doppio vinile rappresenta una meno costosa editio minor) dal titolo ingannevolmente allusivo: Sunset Boulevard.
89 brani per i 90 anni mai compiuti di questo re senza scettro, ma che non è mai sceso dal trono. Sì, c’è anche un libretto, ci mancherebbe, in questa lussuosa confezione: smilzo, per fortuna, che tanto non lo legge nessuno (a meno di covare perversioni imperdonabili), dal quale non si cava gran che e che è, soprattutto, scritto con malvagità in caratteri tanto piccoli da disingannare ogni fiacco tentativo di avvicinarlo (e infatti noi, già mal disposti, abbiamo subito rinunciato).
Però ci sovviene che Lester Bangs, in un suo articolo memorabile apparso il 29 agosto 1977 sul “The Village Voice”, e intitolato Where Were You When Elvis Died? scriveva, più o meno, che ogni americano che avesse memoria o senno ricordava esattamente dove fosse e cosa stesse facendo quando Elvis morì (e lui fra questi). Ora, se questo è vero (e lo è), ciò risiedeva principalmente nel fatto che, contrariamente a quanto pensava e scriveva Bangs – che in quello splendido articolo manifesta di non capire un cazzo della parabola del secondo nato di Tupelo – Elvis era artisticamente ancora ben vivo in quel 1977, da quasi dieci anni assurto a nuova, difficile, difficilissima vita, fiaccato ma capace ancora di lanciare segnali di fumo a se stesso e d’arte al mondo.
Elvis Presley come paradigma di successo e autoerosione
Se il buon Lester giungeva a malincuore ad ammettere di sentir gorgogliare nelle sue vene intossicate il sangue del sesso al solo battito di ciglia di quell’Elvis traditore e venduto nonché finito a cantare “per le puttane di Las Vegas” (la definizione si deve all’eleganza di Mick Jagger), anche noi, che non arriviamo a tanto, non possiamo non registrare come l’armamentario di Elvis, affinato e codificato dal momento del comeback del 1968 fino alla morte, catalogato e talora autoparodizzato (più che non si creda), fatto di gesti, abiti, ammicchi e fondato sulla potenza di fuoco di un macchina live, quella della TCB band, checché se ne dica, fino all’ultimo giorno prodigiosa, resti il paradigma del successo e della sua dispersione, della creatività e della sua confusione, nella nostra modernità di cartapesta, con il suo olimpo di gesso e stucco, che si lascia adorare soltanto, come nel peggiore dei peep-show, a colpi di dollari. Tempesta perfetta, Elvis, di successo ed autoerosione.
Nessun viale del tramonto artistico per Elvis
Quindi, per tornare con eleganza al titolo prescelto, tanto per cominciare: viale del tramonto un bel paio di palle. Elvis non aveva alcuna coscienza né volontà del proprio tramontare, lui, pur tramortito da farmaci e psicofarmaci e piegato da una psicopatologia della vita quotidiana sempre meno controllata, quando gli dei se lo presero. Ancor meno ne aveva quando si recava in studio a registrare Today (1975), del quale non poche succose tracce confluiscono in questo progetto Rca, ultimo lavoro che lo vide metter piede in uno studio di registrazione prima della reclusione creativa nella ‘jungle room’ di Graceland (dalla quale emersero, come si sa, sessioni splendide, raggi di un sole creativo tutt’altro che al tramonto).
Elvis aveva maturato, fin dal 1968 almeno, piena consapevolezza che tornare sulle scene a fare il mimo del se stesso giovane di dieci o quindici anni prima sarebbe stato, quello sì, il viale del tramonto e dell’inferno. Ed è per l’appunto fra il 1968 e il 1975 – ne sono testimonianza impressionante le sessions dal vivo pubblicate di recente dalla Memphis records – e con più precisione fra il 1970 e il 1974, anni cruciali per Elvis e centrali in Sunset Boulevard, che vengono messi a punto un repertorio (soggetto a ossessiva revisione, millimetrica disposizione in scaletta e meditate, oculatissime variazioni), una macchina da concerto e, più in profondità e non senza sbavature o concessioni al dio denaro, un nuovo Io musicale.
Elvis, da quel 1968, non è più il re del rock ‘n ‘roll (che gli pare ormai un gioco di gioventù, una stagione sorridente e andata da cui trarre i succhi a favor di popolo in medley live assai succinti e conditi di ironia), non è più il re bianco di un popolo di neri, ma il minatore intento a scavare, non senza concessioni al commercio, le mille vene musicali che compongono il grande, infinito canzoniere americano: è imperatore indiscusso e senza eredi di quella che, un suo dolorante discepolo del sud, Gram Parsons, volle chiamare “cosmic american music”, una musica in cui il rock si scioglie nel soul, nel blues, questo nel gospel, e ancora nel country, nel folk, in una sintesi instabile e squilibrata nella quale ‘bianco’ e ‘nero’ sono categorie senza senso, una musica quale era affiorata negli anni dorati e debordanti di sperimentazione – quelli della Atlantic, per capirsi, del formidabile repertorio composto dal 1952 al 1959, di uno dei più grandi talenti della musica, a lungo sopravvissuto a se stesso: Ray Charles.
Il rischio di ripetersi
Quei dieci anni che vanno dal 1968 al 1977 continuano a vivere nella memoria in senso lato culturale dei nostri giorni e della nostra post moderna vita quotidiana assai più dell’aurea e ormai ben storicizzata stagione del rock ‘n’ roll, già alle spalle per Elvis, come una pelle di serpente attaccata ai rovi del successo, fin dal momento in cui il colonnello Parker lo inzuppava nella filmografia popolare di Hollywood (non priva, essa stessa, di sparsi gioielli musicali). Sapeva bene Elvis, più di chiunque altro, quale fosse il rischio vero: quello di rifare se stesso, per essere ricordato come un Fats Domino qualunque. E ci è riuscito, Elvis, a parlare al nostro tempo, in quegli anni.
Eccome se ci è riuscito: il Nick Cave più cacofonico lo vediamo inginocchiarsi in From Her To Etermity (1984) ed eseguire come fosse preghiera In The Ghetto; i sulfurei Cramps, da noi amatissimi, sempre pronti alla ferocia dell’irrisione, gli sacrificano dall’inferno A Date With Elvis (1986): stesso titolo dell’album di Presley del 1959, spendida, distorta innodia psycobilly portata in dono a un dio a cui si è già consacrato (incidendolo nei Sun Record studios dove tutto era iniziato) il loro stravolto, meraviglioso gospel album d’esordio, Songs That Lord Tought Us (1980), nel quale troneggia la rabbrividente Fever. Financo Sid Vicius, sbeffeggiando quel re da poco scomparso, così facendo lo consacra e lo incorona, con la sua My Way (1978) trasformata in scheggia punk, come eterna raffigurazione pop del successo, dell’eccesso, del tradimento, dell’errore. Viale del tramonto un bel paio di palle, appunto.
Il cofanetto Sunset Boulevard
Ma per venire, ligi al dovere, al nostro ‘viale del tramonto’, quello deluxe della Rca, il cofanetto è in realtà assai ben concepito e comprende un cd con i masters delle sessioni losangeline degli anni Settanta e un secondo con 17 takes alternative e versioni scartate dalle sessioni del 1972 e 1975. Gli altri tre cd raccolgono prove dal vivo con la TCB band a Los Angeles in preparazione dei concerti del 1970 e del 1974. Centrale, nell’architettura dell’operazione, la prova del 24 luglio 1970, straordinaria, che occupa un cd e mezzo. Il cofanetto si chiude quindi con quella del 14 luglio 1970.
Contrariamente a quanto sbandierato, e come era facile attendersi, non ci sono inediti in Sunset Boulevard, per quanto oltre la metà delle tracce non siano fin qui state mai pubblicate. Non vi suona cioè neppure una nota di un brano ad oggi ignoto di Elvis. Vi echeggia però un infinito, meticoloso provare e riprovare, ripulito e sgombro da overdubs. Che offre la conferma di come Elvis suoni e canti nelle prove dei concerti, nelle takes alternative o espunte, e nelle sessioni di prova in genere, assai più ‘nero’ di quando calcava il palco o metteva insieme, non di rado in fretta e controvoglia, sterzando al ‘bianco’, gli ultimi suoi dischi: ma anche qui ci sarebbe da parlarne, se Moody Blu (1977), il suo canto del cigno, patchwork disorganico di live e registrazioni casalinghe, contiene ancora un commiato sfinito e toccante come It’s Easy For You, per non dire del pur notevole resto, dalla title-track a Way Down. Vi echeggia, poi, la voce di Elvis, il suo riso, la complicità e la sintonia con musicisti in grado di modellarsi su ogni sua inflessione e non ultima la persistenza di un tono leggero, ironico e divertito nel fare musica (straordinaria la parodica velocizzazione di Love Me Tender).
Questo è il mondo che abbiamo in sorte, e di questo ci dobbiamo contentare, un mondo nel quale le cronache quotidiane sono atroci al punto da rendere quelle musicali (e forse non solo quelle) del tutto inutili. Nondimeno Elvis, quasi mezzo secolo dopo, di questo mondo alla deriva, di questo Occidente che non si sa più cosa sia e che non di rado fa vergogna, ancora governa l’immaginario pop navigandone i mari, anche quelli commerciali. E a farlo non è lo smilzo e imberbe camionista che volle regalare alla mamma la sua versione in acetato di That’s Alright Mama, ma quel Giove gonfio di quaaludes e di bacon, icona tragica e sorriso eternamente giovane della propria vittoria e della propria inguaribile solitudine, burattinaio rimasto solo dopo la festa, voce che non vedremo mai morire, nello studio C della Rca a Los Angeles o sotto le luci accecanti di Las Vegas. E se Lester Bangs amò poco Elvis, afflitto dalle sue mille idiosincrasie, e pochissimo lo comprese, quella “erezione del cuore” di cui scrisse in quel mirabile articolo del 1977 resta ancora oggi, anche di fronte alla fotografia di un impossibile Presley novantenne, l’epigrafe più bella.
