Se nello stand di Gong un giovane appassionato di musica incontra Peppo Delconte…

Non sono sicuro se fosse il 1975 o il 1976, comunque era fine estate, e andai al SIM (Salone Internazionale della Musica) di Milano giusto a titolo di curiosità. Molta alta fedeltà e pochi motivi d’interesse finché non lo vidi in lontananza: lo stand di Gong, la mia rivista musicale preferita, faro  di noi nerd rockettari anelanti a far innamorare di Grateful Dead e Fairport Convention (e di noi per proprietà transitiva) le ragazze  che cantavano Sabato Pomeriggio e ballavano Soul Dracula. Speravo di trovarci, lo ammetto, il mio giornalista-feticcio, Riccardo Bertoncelli. Non c’era, ma capitai comunque bene visto che lo stand era  presenziato da Peppo Delconte, caposervizi e numero due nel famoso colophon con i profili in nero dei collaboratori (v. sotto). Tormentai il malcapitato Peppo per un’ora abbondante parlando delle mie sapienti passioni musicali, della crisi del rock (non immaginando che il punk era dietro l’angolo) e, inutile a dirsi, delle recensioni e degli articoli di Riccardo, incluso quello in cui veniva citato tale Sal Paradise a me ignoto. Peppo mi spiegò che era uno dei personaggi di Sulla Strada di Kerouac e io mi sentii molto ignorante. Lo mollai solo per andare a vedere un film sui Doors in una bella e scomoda saletta lì accanto, salvo un ulteriore profluvio di parole a fine proiezione. 

Gong

Il ricordo è rimasto vivo nel corso dei decenni perché  si trattò di un bel momento formativo per uno che poi sulle riviste di musica avrebbe scritto. Rimaneva vivo anche un altro ricordo appena più recente:  negli anni ‘80 mi capitò di leggere il nome di Peppo Delconte associato a Tutto Musica e Spettacolo, il mensile musicale dépendance di TV Sorrisi e Canzoni. Che fosse passato, anche politicamente, al nemico berlusconiano? Forse non l’avrei mai saputo e invece…

Flash forward verso un buffo svolazzo del destino: qualche mese fa uno dei fondatori di Tomtomrock, Mauro Carosio, mi dice che  nell’amena località ligure di Framura è diventato amico di un signore che a lungo si è occupato di musica a livello professionale e che si chiama…  Peppo Delconte. La commozione è indiscutibile, quasi ogni dettaglio ritorna nitido alla mente. Ma ancora più nitida è la mente di Peppo Delconte, 88 anni,  che incontro al porticciolo di Framura. È un po’ incuriosito da tutta la storia e, per fortuna, non gli è rimasta traccia del giovin tampinatore al SIM, anche perché, come si leggerà, la sua vita è stata piuttosto piena.  

L’intervista: 1 – Gong, “mensile di musica e cultura progressiva”

Cominciamo, inevitabilmente, da Gong, rivista che fra il 1974 e il 1977 fu cruciale per gli appassionati di rock e jazz. A noi lettori sembravate un gruppo di intellettuali inarrivabili.
Eravamo una redazione coesa. Ci vedevamo spesso perché il direttore, Antonino Antonucci Ferrara, era uno a cui piaceva stare in compagnia, andare a mangiare tutti insieme. Una volta al mese c’era la riunione seria e lì scoppiavano le piccole beghe tipo “Quel pezzo lo volevo fare io”. Eravamo tutte belle teste non troppo esibizioniste, anche i più grintosi difficilmente litigavano e non esistevano rivalità personali, quelle che poi avrei visto in altre redazioni. Ognuno aveva i suoi pallini e li proponeva agli altri come, ad esempio. Riccardo con i Soft Machine e poi la scuola di Canterbury e  gli Henry Cow. A volte avevamo discussioni veramente accademiche tipo  “io sono favorevole ai secondi dischi perché nessuno se li caga”.

Chi ricordi in particolare?
I nomi sono tanti. Mi piace citare per primo Enzo Ungari,  di La Spezia come me, che sarebbe  diventato, fra le altre cose, direttore di una sezione della mostra del Cinema di Venezia. Lo portai io a Gong perché avevo capito che era migliore di moltissimi critici già affermati. Enzo se ne è andato troppo presto, come Marco Fumagalli che ci ha lasciati giovanissimo per una malattia del sistema linfatico. Poi c’erano i due esperti di jazz,  Giacomo Pellicciotti, successivamente passato a Repubblica, e Giampiero Cane, docente al DAMS, bravissimo ma cattivissimo, uno che stroncava persino Duke Ellington. Quanto a Carlo Cella, futuro ufficio stampa della Scala, curava la  rubrica “Riprendiamoci la classica”. Inutile dirti che il rock era soprattutto in mano a Bertoncelli, la nostra firma più nota, che faceva la spola fra Milano e Novara.  

Come fotografi avevamo Roberto Masotti e Silvia Lelli, marito e moglie che poi sono stati per anni fotografi ufficiali della Scala. Roberto coglieva gli attimi, mentre Silvia era una grande ritrattista. Anche Guido Harari era bravo nei ritratti e in più era un esperto di musica rock e lo si capiva dalle foto, così come Roberto Masotti fotografava bene i jazzisti perchè quella musica gli piaceva. Tutta gente di valore che, in un certo senso, si ‘sputtanava’ con noi. 

Non eravate una rivista accondiscendente… 
Noi di Gong eravamo ammirati dai ragazzi che ci leggevano, ma stavamo sullo stomaco a molti discogratici. Ciao 2001 raramente stroncava qualcuno. Fu uno scandalo quando Riccardo massacrò Desire di Dylan oppure intitolammo “Tu, stupido diamante”, o qualcosa del genere, il pezzo su Wish You Were Here dei Pink Floyd.

 

Almeno all’inizio Gong non era apertamente politicizzata, al contrario di Muzak, l’altra testata di riferimento di quel periodo. 
In realtà sì, però la nostra attenzione era diretta verso la creatività. Certo, eravamo tutti dello stesso orientamento politico e leggendo la rivista si capiva. In ogni caso non abbiamo appoggiato i pirla di sinistra che hanno fatto il processo a De Gregori, anche se nessuno dei nostro gruppo era entusiasta di quel tipo di canzone d’autore. Ma non importa, era sbagliata l’idea della contestazione senza veri contenuti.

Avevate una rubrica che si chiamava “Musica e candelotti”.
Sì, perché in quell’epoca erano candelotti tutti i giorni. Ci pareva che un po’ d’ironia attenuasse l’atmosfera plumbea. Fu lì che Riccardo scrisse il famoso pezzo sul concerto di Lou Reed a Milano.

La parte grafica era molto riconoscibile.
C’era questo ragazzo arrivato dalla Puglia, Mario Convertino, uno che senza studi formali si era innamorato della grafica moderna. Mi contattò quando scoprì che io avevo tradotto (malissimo) un libro illustrato di Milton Glaser. Convertino è partito dal nulla e pian piano è diventato un signor grafico. Diceva che la cosa importante del nostro lavoro è copiare bene. Come impaginatore a volte sbagliava qualcosa lasciando degli spazi bianchi, così tirava fuori certi suoi disegnini che sembravano messi lì intenzionalmente e invece servivano a tappare un buco. 

Perché ti chiamavano “Culo di ferro”?
Culo di ferro è quello che sta più tempo in redazione seduto sulla sedia. Ero il caposervizi, facevo l’editing, dovevo frenare certi eccessi o semplificare i pezzi troppo contorti. Per cui scrivevo poco, ma correggevo tanto.

Come andò con la lettera piuttosto puntuta che Demetrio Stratos scrisse in risposta alla recensione di Crac! degli Area firmata da Riccardo?  
Noi eravamo abbastanza amici degli Area. Pensa che l’aspetto più spigoloso della recensione Antonino e io l’avevamo smussato subito, eppure Demetrio se ne risentì lo stesso. In realtà Riccardo si rese ben presto conto (e lo conferma anche nel suo ultimo libro, Abitavo a Penny Lane) che Demetrio aveva ragione su ogni punto. Però noi eravamo dei mattacchioni ed esageravamo, premevano sull’acceleratore.

Il periodo d’oro di Gong è quello fra il 1974 e il 1975.
Sì, dopo perdemmo l’entusiasmo iniziale e lo stesso accadde per l’editore Cardella, a proposito del quale ti racconto una storia divertente. Lui era socio al 50% con un anziano giornalista professionista e stampatore andato un po’ a ramengo per colpa del gioco. Loro si occupavano anche di OS e OV, due riviste che definire pornografiche è riduttivo. E così poteva succedere che il tavolo di vetro del nostro fotolito fosse accanto a quello di OV. Noi con Zappa o l’Art Ensemble Of Chicago e loro puoi immaginare con cosa.  Aggiungo che l’anziano signore ci vedeva poco per cui usava una lente d’ingrandimento attraverso cui anche noi lì accanto vedevamo magnificati  certi membri virili già di loro sostanziosi.      

L’intervista: 2 – Fabrizio De André e Franco Battiato

Tu sei stato anche dall’altra parte della barricata in veste di ufficio stampa.
Sì, ma l’ho fatto per due musicisti importantissimi come Fabrizio De André e Franco Battiato. Con Fabrizio ho lavorato prima di Gong, con Franco in contemporanea.

Cominciamo da De André.
Arrivo a Milano in un momento socialmente molto difficile: dicembre 1969, era appena scoppiata la bomba in Piazza Fontana. Incontro per strada uno spezzino come me, Roberto Dané, che mi dice che si era appena liberato un posto come ufficio stampa per Fabrizio De André, artista che conoscevo musicalmente fin dai primi singoli. Sono stati solo nove mesi, però faticosi perché lui era in un periodo complicato, voleva cambiare il suo discorso musicale. Nel maggio 1970 facemmo uscire il singolo Il Pescatore che andò bene, ma lui stava elaborando l’idea de La Buona Novella e voleva questo gruppo che si chiamava I Quelli [poi sarebbero diventati la Premiata Forneria Marconi, nda] e a molti sembrava un’idea balzana. Fabrizio è stato uno dei primi a credere nel concept album dando una svolta alla musica italiana.

Ti devo dire che con lui mi sembrava di non fare niente, lavorava soprattutto la sera e la notte. Io non reggo bene l’alcool e mi fermavo al primo bicchiere, mentre lui… Non reggo bene nemmeno le notti insonni, così a una cert’ora lasciavo  Fabrizio con  Dané che era il produttore e aveva una resistenza mostruosa. La mattina trovavo tutto fatto. 

E Battiato?
Ho lavorato con Franco ai tempi di Sulle Corde di Aries e Clic dopo essere stato contattato da Pino Massara della Bla Bla Records. Ne ho un ricordo bello, anche se era molto diverso da me. Il misticismo mi ha sempre preso poco, io sono per il materialismo storico. Però lui il misticismo lo studiava sul serio e poi era una persona gradevolissima. Era anche un grande raccontatore di storielle, un aspetto poco noto della sua personalità. Io ascoltandolo mi divertivo da matti, mentre intorno vedevo facce perplesse. Ricordiamoci che nella fase del grande successo  metterà sempre un pizzico di umorismo, di demenzialità  (tipo Cuccurucucù Paloma) che è lo stesso delle storielle. Era anche un po’ provocatore e qualche nemico se l’è fatto.   Era una persona molto alla mano, più di Fabrizio che si rapportava con gli altri in modo a volte altero. Franco e io siamo rimasti amici, anche se quando è stato male non ho più avuto il coraggio di andarlo a trovare perché non era più lui.

Franco Battiato - Sulle corde di Aries

L’intervista:  3 – gli anni ‘commerciali’

Dopo Gong passi al ‘nemico’ ovvero Tutto Musica, il contrario della rivista alternativa.
Mi ero sposato presto, avevo già una figlia, e dovevo guadagnare un pochino di più. Ho cominciato con un  ‘giornaletto’ che dipendeva da TV Sorrisi e Canzoni, mi pare si chiamasse Telepiù. Poi Gigi Vesigna mi ha chiamato a fare il caposervizi a TV Sorrisi e Canzoni che già cominciava a vendere tantissimo. Dal 1984 ho cominciato a occuparmi come caporedattore di Tutto Musica e Spettacolo che era il mensile di Sorrisi e Canzoni. 
A Sorrisi e Canzoni ho avuto il mio periodo più difficile. Ero un po’ depresso, ho chiesto persino una consulenza psicologica. Dopo aver fatto Gong mi sembrava di essere finito in una cantina a pulire i cessi. Il livello era tremendo, non c’era vitalità, creatività, si seguiva il disco appena uscito di Vasco Rossi o di Mina e tutto finiva lì. Vesigna amava lo strumento televisivo, io no. Mi sono trovato in un mondo che non era mio, mentre con Gong mi ero divertito tanto. 

Un’altra storiella: il primo editore di Sorrisi era un certo Campi, che faceva i miliardi con i santini per il Vaticano. Insomma, in poco tempo sono passato dal porno alla religione.

A Tutto Musica ti percepivano come l’alieno di sinistra?
Di solito quelli che hanno davvero l’occhio per la commercialità non badano a queste cose. Sapevano come la pensavo e non gliene fregava molto. Anche se si accorgevano che storcevo il naso davanti a Vasco Rossi. Come editore Berlusconi non era troppo invadente, mentre le cose sono cambiate in peggio quando siamo stati venduti a Mondadori.

 

L’intervista: 4 – happy ending and beginning

All’inizio di questo secolo sei andato felicemente in pensione…
Felicemente perché, ad esempio, mi sono rimesso a scrivere poesie oppure articoli di letteratura per la rivista COOLMag di Stefano Bianchi. Da poco ho pubblicato un’’autobiografia bugiarda’ intitolata #Casomai, faccio piccole conferenze sulla black music e insegno canoa.  Mi dispiace solo che a Milano per i club non ci sia una bella situazione. Molti sono gestiti da maneggioni che portano sempre la stessa gente. Oppure c’è il Blue Note, un posto per ricchi dove un sacco di gente va per mangiare, fare casino e  non ti lascia sentire la musica. Per fortuna che poco distante da casa ho un posto bello che si chiama “Pontano 35”, dentro un cortile con una bella acustica, massimo 50 persone.

La musica mi prende sempre; d’altronde me ne sono occupato tutta la vita.

Sul treno del ritorno leggo la dedica che Peppo ha scritto sulla mia copia di #Casomai: “Per Antonio, pescatore di ricordi perduti”. Oooooh

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Nello scorso secolo e in parte di questo ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' stato autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". In epoca più recente ha curato con John Vignola la riedizione in cd degli album di Rino Gaetano e ha scritto saggi su calcio e musica rock. E' presidente della giuria del Premio Piero Ciampi. Il resto se lo è dimenticato.

Di Antonio Vivaldi

Nello scorso secolo e in parte di questo ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' stato autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". In epoca più recente ha curato con John Vignola la riedizione in cd degli album di Rino Gaetano e ha scritto saggi su calcio e musica rock. E' presidente della giuria del Premio Piero Ciampi. Il resto se lo è dimenticato.

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