pete seeger - rita pavone

If I Had a Hammer di Pete Seeger diventa Datemi Un Martello di Rita Pavone.

Per qualche motivo non ci si dimentica di Rita Pavone. Ella riappare di tanto in tanto mantendendo quello stile  sempre più surrealmente sbarazzino che le è peculiare. Oltre alle classiche comparsate da vecchia star, di recente l’abbiamo  vista immortalata insieme al suo adorante fan di lunghissima data Morrissey in foto vagamente inquietanti (specie a causa di Moz). Tornando un po’ indietro nel tempo, non dimentichiamo che nel 2019 Rai 2 le affidò la conduzione in prima serata del programma dedicato ai 60 anni di Woodstock, durante il quale cantò persino Freedom di Richie Havens. Perché lei, ci crediate o no, è da sempre “Rita la ribelle”, anche a dispetto di idee politiche conservatrici e poco woodstockiane che la accomunano semmai proprio all’ex cantante degli Smiths.

Rita Pavone nel mondo

Stabilito che chi scrive non la sopporta fin dai tempi in cui bambino guardava “Il giornalino di Gian Burrasca” (quelle “o” chiuse terrificanti, quella carica anfetaminica esasperante…), non dobbiamo dimenticare che si tratta di uno dei pochi nomi internazionali che l’Italia abbia prodotto a partire dagli anni ’60 del XX secolo: 50 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, interpretazioni in sette lingue diverse e persino due apparizioni all’Ed Sullivan Show (quello che mandò in orbita planetaria Elvis con il Pelvis non ancora inquadrato).

Inevitabile che pure lei negli anni ’60 si sia cimentata nell’esercizio obbligatorio della cover di un brano originariamente in lingua inglese. Nel suo caso con un discreto coefficiente di difficoltà, giacché l’originale è  If Had A Hammer, anche nota come The Hammer Song.

Breve storia di If I Had A Hammer

La canzone fu scritta da Pete Seeger e Lee Hays nel 1949 e  pubblicata su 45 giri dai Weavers (il gruppo di Seeger e Hays) l’anno seguente con il titolo ‘parallelo’  di The Hammer Song. Divenne celeberrima nel 1963 quando fu eseguita da Peter, Paul & Mary al termine della Marcia su Washington per il Lavoro e la Libertà (da sempre associata al discorso “I Had A Dream” di Martin Luther King). Il brano ebbe grande successo, lo interpretarono in molti fra cui Trini Lopez, Joan Baez e Sam Cooke che ne fece un inno per i diritti civili di quelli che ancora non si chiamavano afroamericani. La cantò in spagnolo Victor Jara (El Martillo) sentendola affine allo spirito della Nueva Cancion Chilena.
Certo, è un po’ retorica, un po’ volemose bene, un po’ tanto idealista. però la sua carica è contagiosa anche grazie a una struttura testuale facile da memorizzare e a un crescendo ritmico avvolgente. Risentita adesso, potremmo considerarla un invito a ripartire tutti insieme non solo in tutto il paese ma in tutto il mondo.

Ecco la traduzione italiana del testo (l’originale è a fine articolo):

Se avessi un martello, lo userei la mattina
Lo userei la sera, in tutto questo paese
Col martello annuncerei il pericolo, col martello direi di fare attenzione
Col martello chiamerei all’amore fra i miei fratelli e le mie sorelle in tutto questo paese

Se avessi una campana, la suonerei la mattina
La suonerei la sera in tutto questo paese
La suonerei nel pericolo, la suonerei come avvertimento
La suonerei nell’amore fra i miei fratelli e le mie sorelle in tutto questo paese
 
Se avessi una canzone, la canterei la mattina
La canterei la sera in tutto questo paese
La canterei nel pericolo, la canterei come avvertimento
La canterei in segno d’amore fra i miei fratelli e le mie sorelle in tutto questo paese

Bene, ho un martello e ho una campana
E ho una canzone da cantare in tutto questo paese
È il martello della giustizia, è la campana della libertà
È  una canzone sull’amore fra i miei fratelli e le mie sorelle in tutto questo paese

Quando If I Had A Hammer arriva in Italia cosa succede?

Succede che il nostro grande pubblico non è ancora ritenuto pronto per la canzone politica. Siamo nel 1964 (*) e, tanto per fare un esempio, il Nuovo Canzoniere Italiano  si guadagna una denuncia per vilipendio alle forze armate a causa dell’esecuzione del canto antimilitarista Gorizia Tu Sei Maledetta al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Ecco dunque che l’autorevole Sergio Bardotti (all’epoca ancora poco noto) butta a mare la campana, la metacanzone, i fratelli e le sorelle  per tenere solo il martello e affidarlo a Rita Pavone “la ribelle”. Ma lo scopo delle martellate non è lo stesso di Pete Seeger:

Datemi un martello.
Che cosa ne vuoi fare?
Lo voglio dare in testa
A chi non mi va, sì sì sì,
A quella smorfiosa
Con gli occhi dipinti
Che tutti quanti fan ballare
Lasciandomi a guardare
Che rabbia mi fa
Che rabbia mi fa

Datemi un martello.
Che cosa ne vuoi fare?
Lo voglio dare in testa
A chi non mi va, eh eh eh
A tutti le coppie
Che stano appiccicate,
Che vogliono le luci spente
E le canzoni lente,
Che noia mi dà, che noia mi dà

E datemi un martello.
Che cosa ne vuoi fare?
Per rompere il telefono
L’adopererò perché sì!
Tra pochi minuti
Mi chiamerà la mamma,
Il babbo ormai sta per tornare,
A casa devo andare, uffa,
Che voglia ne ho, no no no, che voglia ne ho

Un colpo sulla testa
A chi non è dei nostri
E così la nostra festa
Più bella sarà.
Saremo noi soli
E saremo tutti amici:
Faremo insieme i nostri balli
Il surf il [SIC] hully gully
Che forza sarà…

La metamorfosi tematica è così clamorosa da suscitare l’interesse di qualcuno che, come Rita Pavone, diventerà più avanti un’altra delle nostre rare stelle export per quanto in ambito diversamente pop. Parliamo di Umberto Eco che, su Apocalittici e Integrati, sempre nel fatale 1964, scrive  quanto segue:

“Il brano Datemi un martello è un pretesto per la danza, canzone che si pone come espressione di un baldanzoso anarchismo giovanile, dichiarazione programmata contro qualcosa, in cui ciò che conta non è il qualcosa, ma l’energia dispiegata nella protesta. L’autore dell’originale è Pete Seeger, il martello di cui parla è il martello del giudice, le sue canzoni gli hanno valso una condanna da parte della Commissione per le Attitivà Antiamericane. Rita Pavone invece chiede un martello per 1) darlo in testa a quella smorfiosa 2) picchiare quanti ballano stretti stretti a luci basse 3) rompere il telefono con cui la mamma la chiamerà per richiamarla a casa. Ecco come un messaggio viene assunto usandone la configurazione superficiale e caricandola di un messaggio appiattito, come per obbedire a un’inconscia esigenza di tranquillizzazione”.

Data l’autorevolezza della firma e la graniticità dell’assunto, in buona parte condivisible, il discorso si potrebbe chiudere qui. Ma un paio di cose vanno aggiunte. Innanzitutto Eco  si sbaglia di grosso proprio sul significato del martello originale, forse perché  troppo interessato alla versione italiana e in generale alla figura di Rita Pavone, su cui ritornerà altre volte. Quanto alla “tranquillizzazione” pavoniana, mi pare si percepisca invece il grido di rabbia di una reietta della società giunta al limite della sopportazione che mostra un  anticipatorio spirito punk anticonformista e antisistema. Del tutto involontariamente, è ovvio, ma anche i Sex Pistols all’inzio non sapevano di essere antisistema. Dunque un rovesciamento totale rispetto allo spirito collettivista del testo originale con la nostra che diviene una sorta di Franti, il bad boy del Cuore deamicisiano di cui proprio Umberto Eco aveva scritto un celebre elogio nel suo Diario Minimo (1963). Strano che il Maestro non si sia accorto dell’affinità, così come non abbia approfondito il finale che celebra la creazione di un manipolo di happy few nel nome di surf e hully gully.

E così mi ritrovo per la prima volta a rivalutare un pochettino Rita Pavone. Certo, se non ci fossero quelle “o” chiuse…

Il testo originale di If I Had A Hammer (The Hammer Song):

If I had a hammer, I’d hammer in the morning
I’d hammer in the evening, all over this land
I’d hammer out danger, I’d hammer out a warning
I’d hammer out love between my brothers and my sisters all over this land

If I had a bell, I’d ring it in the morning
I’d ring it in the evening, all over this land
I’d ring it in danger, I’d ring out a warning
I’d ring in love between my brothers and my sisters all over this land

If I had a song, I’d sing it in the morning
I’d sing it in the evening, all over this land
I’d sing it in danger, I’d sing out a warning
I’d sing in love between my brothers and my sisters all over this land

Well I got a hammer and I got a bell
And I got a song to sing all over this land
It’s the hammer of justice, it’s the bell of freedom
It’s a song about love between my brothers and my sisters all over this land

(*) In realtà la pubblicazione è del dicembre 1963.
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Nello scorso secolo e in parte di questo ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' stato autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". In epoca più recente ha curato con John Vignola la riedizione in cd degli album di Rino Gaetano e ha scritto saggi su calcio e musica rock. E' presidente della giuria del Premio Piero Ciampi. Il resto se lo è dimenticato.

Di Antonio Vivaldi

Nello scorso secolo e in parte di questo ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' stato autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". In epoca più recente ha curato con John Vignola la riedizione in cd degli album di Rino Gaetano e ha scritto saggi su calcio e musica rock. E' presidente della giuria del Premio Piero Ciampi. Il resto se lo è dimenticato.

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