Dolly Parton morte

Dolly Parton, le radici mai dimenticate: dalle Smoky Mountains a Dollywood

Il lungo viaggio di una cercatrice si è fermato ieri. E oltre al vuoto che lascia, quello che resta è quasi incredulità: sembrava impossibile, perché ormai per noi Dolly Parton era diventata una figura senza tempo, senza età. Sempre uguale a se stessa — e proprio per questo sempre diversa, capace di reinventarsi restando, in fondo, sempre la stessa persona.

È stato un viaggio in cui ha cercato tutta la vita: cercato se stessa, cercato altro, cercato di andare oltre — ma senza mai tradire le proprie radici. Le radici di una ragazza del Sud, una ragazza povera del Sud, cresciuta in un paesino minuscolo, anzi in una baracca di legno tra le Smoky Mountains. Un posto che non ha mai dimenticato, e che anzi ha sempre cercato di aiutare: dando opportunità di lavoro con la sua “Dollywood” fondando enti di assistenza, promuovendo istruzione per i bambini e la lettura.. sostenendo le vittime delle inondazioni e dei disastri che periodicamente colpiscono gli Stati Uniti. Per esempio, quando nel 2016 gli incendi devastarono le Great Smoky Mountains, garantì di tasca propria mille dollari al mese alle famiglie della sua terra rimaste senza casa.

Journey of a Seeker: la mostra di Nashville

Non è un caso, e una fortuna per chi la potrà  vedere, che ancora in questi giorni al Country Music Hall of Fame di Nashville sia visitabile (e presto si aprirà una esibizione permanente), la mostra Dolly Parton: Journey of a Seeker — il viaggio di una cercatrice. Un titolo che oggi acquista un significato ancora più profondo.

Tra i pezzi esposti c’è il banjo Gibson tempestato di strass e farfalline, che non poteva che essere suo… la  medaglia del Kennedy Center. C’è il manoscritto originale di Jolene. C’è il registratore Sony su cui incideva i primi successi, che sono stati tanti, a partire dalla primissima canzone scritta a soli undici anni, Puppy Love, co-accreditata allo zio perché lei era troppo piccola per firmare un contratto da sola.

Dolly Parton tomtomrock

Lascia un vuoto immenso, incolmabile. Lo si legge in questi giorni negli articoli, nelle fotografie, nei ricordi che arrivano da ogni angolo del mondo della musica: da Paul McCartney a Fran Lebowitz — forse la donna più lontana esteticamente da Dolly che si possa immaginare — fino ai nuovi cantanti della scena di East Nashville, a Jack White, a chiunque. Persino Trump, ovviamente. Una parola, un ricordo per Dolly, perché non era solo una grandissima autrice: era una grandissima donna.

Oltre l’apparenza

Aveva un corpo da Barbie, ma tutta la determinazione, la forza e la caparbietà per andare oltre quell’immagine — quell’immagine che in tanti, specialmente negli anni Settanta, le rinfacciavano. Mi torna in mente la sua intervista con Barbara Walters del 1977, in cui la giornalista provava quasi a convincerla a mostrarsi diversa, più “sobria”, perché — le diceva — non ne aveva bisogno, valeva molto di più di quell’immagine.

Ma Dolly sapeva esattamente perché doveva essere così: doveva smontare dall’interno l’etichetta di “dumb blonde” a cui nessuno, ormai, credeva più davvero — né che fosse stupida, né che fosse davvero bionda — e lo ribadiva sempre, con la stessa ironia tagliente.

Quello che resta di Dolly Parton

Ci ha lasciato canzoni immortali, reinterpretate ovunque da chiunque. Ci ha lasciato il modello di una donna indipendente — pur sposata per tutta la vita con Carl fino alla morte di lui nel 2025 — capace di sedersi da sola in mezzo a board fatti di soli uomini e, con la sua vocina e la sua cadenza del Sud, portarli tutti sulla strada che aveva scelto lei.

Mancherà tantissimo. Mancherà una donna che ha saputo essere se stessa fino in fondo, che ha saputo imporre la propria visione senza mai rinunciare a quello che le piaceva — quella parrucca che a qualcuno poteva sembrare ridicola, quello stile (o non-stile) fuori misura — ma che era, comunque e sempre, inconfondibilmente Dolly.

We Will Always Love You, Dolly

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Fieramente classe '68, nata a Firenze lo stesso giorno di Syd Barrett, Celentano e Paolo Conte, non ne eredito le doti musicali. Cerco di colmare il gap ascoltando musica secondo l'istinto e l'estro del momento. Gruppi del cuore: Clash e Cash.

Di Elena Righini

Fieramente classe '68, nata a Firenze lo stesso giorno di Syd Barrett, Celentano e Paolo Conte, non ne eredito le doti musicali. Cerco di colmare il gap ascoltando musica secondo l'istinto e l'estro del momento. Gruppi del cuore: Clash e Cash.

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