Ed Harcourt Genova

Ed Harcourt in concerto ai Giardini Luzzati di Genova.

Certe serate sembrano nate per essere ricordate. Non soltanto per la musica, ma per quell’atmosfera irripetibile che si crea quando luogo, artista e pubblico finiscono per fondersi in qualcosa di unico. È esattamente ciò che è successo il 7 maggio 2026 ai Giardini Luzzati, dove Ed Harcourt ha regalato a Genova uno dei concerti più intensi e autentici di questa primavera.

Terza data italiana del suo tour europeo, quella genovese non aveva il sapore del grande evento costruito attorno agli effetti speciali, ma quello molto più raro dell’incontro umano. Prima ancora che il live iniziasse, il cantautore londinese si aggirava tranquillamente tra i tavoli dell’area all’aperto, scherzando con i presenti e raccontando aneddoti con il suo immancabile humour britannico. Tra una risata e l’altra, indicando il proprio ventre, ha confessato di avere un rapporto pericoloso con il cibo italiano, scatenando immediatamente la simpatia dei presenti.

La conversazione scivola poi naturalmente verso la musica: i racconti su Marianne Faithfull, le notti condivise con Liam Gallagher, i vecchi vinili custoditi gelosamente nel suo juke-box anni Sessanta e gli album che gli hanno cambiato la vita. Nessuna distanza da rockstar, nessuna costruzione artificiale: solo la sensazione di stare parlando con qualcuno che vive ancora la musica come un rifugio emotivo.

È il momento del live ai Giardini Luzzati

Poi arriva il momento di scendere nell’area archeologica dei Giardini Luzzati. Tra mura antiche e resti romani, lo spazio live sembra quasi sospeso fuori dal tempo. Quando le luci si abbassano poco dopo le 21:30 e partono le prime note di Under the Still and Lonely Sky, tutto assume immediatamente un tono cinematografico. La voce profonda di Harcourt, accompagnata da una chitarra acustica essenziale e da un microfono dal gusto vintage, riempie il silenzio con una delicatezza quasi disarmante.

Fin dai primi brani appare chiaro come il concerto non voglia impressionare attraverso la potenza, ma attraverso la sottrazione. By The Light Of The Silver Morning si muove lenta ed elegante, lasciando che siano le sfumature della voce e del pianoforte a costruire il peso emotivo del pezzo. Ogni canzone sembra respirare insieme al pubblico, che ascolta in religioso silenzio.

I momenti migliori del concerto

Quando Ed si siede al piano per God Protect Your Soul, il concerto raggiunge uno dei suoi primi apici emotivi. Le note cadono lente nello spazio aperto del locale mentre il mare, poco distante, lascia arrivare una brezza tiepida che rende tutto ancora più irreale. Harcourt ha quella rara capacità di rendere enorme anche il gesto più semplice: basta una pausa, uno sguardo abbassato o un accordo lasciato vibrare qualche secondo in più per trascinare tutti dentro le sue canzoni.

Uno dei momenti più belli arriva con Hanging With The Wrong Crowd, introdotta con una dedica personale e suonata con un’intensità quasi confidenziale. Il brano ondeggia elegante tra folk e suggestioni cinematografiche, mentre Genova attorno sembra rallentare insieme alla musica.

Il concerto continua senza alcun cedimento emotivo. The Violence Of The Rose conferma tutta la sensibilità compositiva del cantautore inglese, mentre The Low Spirits, Poor Misguided Fool e She Fell Into My Arms trasformano definitivamente la serata in una piccola celebrazione della fragilità umana. Sul ballatoio c’è chi canta sottovoce, chi si abbraccia, chi semplicemente chiude gli occhi lasciandosi attraversare dalle canzoni.

A rendere tutto ancora più speciale ci pensa un episodio spontaneo e profondamente umano: una ragazza in lacrime tra il pubblico viene notata da Ed, che interrompe per un attimo la distanza palco-platea con un gesto di conforto semplice ma autentico. In quell’istante si capisce perfettamente perché artisti come Harcourt riescano ancora a creare un legame così forte con chi li ascolta.

Una conclusione energica prima dell’encore

Nel finale il concerto cambia pelle. Born in the ’70s porta una scarica di energia inattesa, mentre Until Tomorrow Then, costruita attraverso sovrapposizioni di loop e stratificazioni sonore, chiude il set principale in modo magnetico. Ed scende poi tra il pubblico, canta circondato dai fan a pochi centimetri di distanza e trasforma il concerto in qualcosa di intimo e collettivo allo stesso tempo.

L’encore arriva dopo applausi interminabili. El Magnifico, eseguita completamente unplugged, spegne definitivamente ogni barriera tra artista e pubblico. Harcourt, con indosso un improbabile cappello da alpino acquistato nel pomeriggio, sorride divertito mentre l’intero locale resta sospeso in un silenzio quasi religioso.

Più di novanta minuti di musica sincera, essenziale, mai sopra le righe. Nessuna scenografia imponente, nessun artificio tecnologico: soltanto canzoni capaci di scavare lentamente sotto pelle. In una Genova già attraversata dai primi profumi d’estate, Ed Harcourt ha regalato una di quelle serate che non finiscono davvero quando si accendono le luci, ma continuano a restare addosso anche molto tempo dopo l’ultima nota.

La scaletta del concerto:

  1. Under the Still and Lonely Sky
    2. By The Light Of The Silver Morning
    3. God Protect Your Soul
    4. The Music Box
    5. Mercurial
    6. A Ghost Walked Through Me
    7. The Violence of the Rose
    8. Hanging With the Wrong Crowd
    9. Strange Beauty
    10. The Low Spirits
    11. Shadowboxing
    12. Born in the ’70s
    13. Baby’s Gone to Seed
    14. She Fell Into My Arms
    15. Poor Misguided Fool
    16. Those Crimson Tears
    17. Black Dress
    18. Apple of My Eye
    19. Until Tomorrow Then
    Encore:
    20. El Magnifico

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Di religione Zappiana, da piccolo ho contratto il virus della musica e quello della fotografia. Ho pensato di unirli per vedere cosa sarebbe venuto fuori.

Di Michele Faliani

Di religione Zappiana, da piccolo ho contratto il virus della musica e quello della fotografia. Ho pensato di unirli per vedere cosa sarebbe venuto fuori.

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