John Greaves & Annie Barbazza

John Greaves e Annie Barbazza, Castelfranco di Sotto (PI), Backdoor Festival, 8 maggio 2026.

La musica dal vivo sembra sempre più limitata alle grandi manifestazioni estive, con grandi nomi – che peraltro talvolta del loro glorioso passato mostrano di aver conservato giusto il nome – e grandi numeri di presenze a dispetto di prezzi spesso altissimi. Questo mentre le piccole sale faticano sempre di più ad andare avanti e sono spesso costrette a chiudere o quantomeno a ridurre moltissimo l’attività. Ma per fortuna in alcune “sperdute” località di provincia c’è chi ancora rifiuta di arrendersi e insiste, tra mille difficoltà, a portare avanti una programmazione di grande qualità.

L’impegno del Backdoor per portare avanti la musica dal vivo

È quello che continuano a fare ormai da anni a Castelfranco di Sotto, in quella che è stata ormai ufficialmente ribattezzata la “provincia cronica pisana”, quei simpatici ‘matti’ del Backdoor, convinti che una superstite Casa del Popolo non debba essere necessariamente solo un posto dove si gioca a carte o a tombola e dove si va a bere qualcosa mentre si guarda una partita di calcio in televisione. Questo impegno, tanto entusiasta quanto disinteressato, ha fatto sì che in una sala da un centinaio di posti sia stato possibile ascoltare – solo per citare alcune fra le ultime apparizioni – gente del calibro di Bruce Cockburn, The Delines e Paul Roland.

La leggenda del jazz-prog John Greaves accompagnato da Annie Barbazza

Stavolta la magia si è ripetuta e dal cilindro è uscito sul palco perfino il coniglio di un pianoforte a coda, sulla tastiera del quale hanno mosso le loro dita un’autentica leggenda del jazz-prog britannico come John Greaves e, nella parte finale del concerto, quella raffinatissima musicista che è la piacentina Annie Barbazza. I due formano ormai da tempo un sodalizio stabile nel quale Greaves ha preso il posto del defunto scopritore e mentore della Barbazza, Greg Lake.

La setlist fra composizioni originali e omaggi

La scaletta del concerto ha riproposto in gran parte i brani del loro ultimo disco Earthly Powers, che a sua volta contiene molte composizioni di Greaves scritte insieme a Peter Blegvad e alcuni omaggi a Robert Wyatt, Cohen e Dylan, nonché un paio di brani composti dalla Barbazza. Greaves ha sinteticamente introdotto quasi ogni singolo brano, anche per rendere un doveroso omaggio agli autori, producendosi in un accompagnamento pianistico tanto essenziale quanto funzionale ad accompagnare una voce che non ha mostrato nessun significativo invecchiamento – anzi ha forse acquistato in maturità – e alla quale ha fatto da contraltare quella della Barbazza.

Se avevamo già ammirato quest’ultima come bassista e vocalist nella band di Paul Roland, stavolta ci ha stupito come cantante: non solo possiede una bellissima voce, ma al dono di natura ha aggiunto una tecnica invidiabile che le consente di possedere ogni registro e di sfoggiare dinamiche fuori del comune. Del resto quello tra Greaves e Barbazza è un “sodalizio vocale” ormai acclarato, tanto che un altro mostro sacro come Michael Mantler li ha voluti entrambi come vocalist già un paio di anni fa nel suo bellissimo disco Sempre Notte.

Musica dai molteplici riferimenti

Difficile, ammesso che sia necessario, attribuire un etichetta alla loro musica. C’è il Canterbury sound più sperimentale (Henry Cow, Soft Machine, Matching Mole), c’è il prog più jazzato, c’è il cantautorato alla Cohen, c’è una certa avanguardia pianistica novecentesca, con note che vanno da Debussy a Satie. In Bad Alchemy, uno dei tanti prodotti del sodalizio Greaves-Blegvad, ci è perfino sembrato di essere trasportati in un cabaret di Berlino ai tempi della Repubblica di Weimar sulle note di Kurt Weill. Tra i punti più alti di un concerto che si è comunque snodato senza alcun abbassamento di tensione non possiamo non citare When We Were Young, bellissimo brano di Greaves; il doveroso omaggio a Wyatt attraverso una splendida versione di God’s Song; Avalanche di Leonard Cohen, in cui Greaves, perfettamente assecondato da Barbazza, esibisce un animo quasi da menestrello che stempera dolcemente la cupezza dell’originale. Degna chiusura del concerto una commovente versione di Alifib di Robert Wyatt, che  ha fatto venir voglia di continuare ad ascoltarli per sempre.

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“Giovane” ultrasessantenne, ha ascoltato e ascolta un po' di tutto: dalla polifonia medievale all'heavy metal passando per molto jazz, col risultato di non intendersi di nulla! Ultimamente si dedica soprattutto alla scoperta di talenti relativamente misconosciuti.

Di Renzo Nelli

“Giovane” ultrasessantenne, ha ascoltato e ascolta un po' di tutto: dalla polifonia medievale all'heavy metal passando per molto jazz, col risultato di non intendersi di nulla! Ultimamente si dedica soprattutto alla scoperta di talenti relativamente misconosciuti.

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