I Kneecap al festival Rock en Seine, fra polemiche, contestazioni e trionfo.
I Kneecap, per chi ancora non lo sapesse, sono un trio irlandese. Negli ultimi mesi si è parlato di loro per ragioni politiche più che musicali, visto il supporto che esprimono verso la causa palestinese, cresciuto man mano che diventava sempre più chiaro l’intento genocidario di Israele, mentre numerosi governi (come l’Inghilterra e soprattutto la Germania) impediscono persino le proteste o l’esposizione di bandiere. Molti concerti, come quelli dei Murder Capital in Germania, sono stati proibiti per questo. I Kneecap sono stati banditi dall’Ungheria per le medesime ragioni e anche la loro esibizione al Rock en Seine ha subito minacce e ricatti. La presidente della regione ha tolto un cospicuo finanziamento all’organizzazione del festival perché i Kneecap sono stati mantenuti in programma. Ed è in realtà proprio per questo che ho scelto all’ultimo momento di tornare al Rock en Seine, nonostante un cartellone non entusiasmante (il che vale per molti megafestival di questa estate: che siano ormai troppi?). Nella giornata ho comunque assistito anche ai concerti di King Hannah e Fontaines DC, dei quali dirò in fondo. Ma per me, il Rock en Seine 2025 significa sostegno ai Kneecap, oltre che voglia di vederli in concerto.
Il palco Bosquet accoglie i Kneecap
L’organizzazione del Rock en Seine ha scelto di programmare i Kneecap nel pomeriggio su un palco minore e senza schermi: scelta sbagliata (pur nel necessario riconoscimento per averli mantenuti in cartellone nonostante i ricatti), poiché attirano una folla stimata in 15mila persone. Il concerto parte con l’epica 3CAG (cornamuse + beats), apertura del loro Fine Art, e subito la tensione monta: provocatori pro-Israele si sono infiltrati nelle prime file e con fischietti interrompono il concerto, mentre agitano manifestini con la foto dei Kneecap e la scritta “antisemiti”.
Agenti provocatori fra il pubblico
La security interviene a strapparli poi a scortare fuori il gruppetto di infiltrati, sottraendoli a un pubblico che li insulta, ma non cade nella loro evidente provocazione a innescare una reazione violenta.
Il concerto riprende con una certa tensione, ma anche con grandissimo entusiasmo sia da parte della band, sia dal pubblico in larga parte di giovanissimi, almeno nelle prime file, molto vicini al discorso di contestazione dei Kneecap. Bandiere irlandesi e bandiere palestinesi drappeggiano il palco, ma sono anche esibite dal pubblico.
I Kneecap e lo spirito del punk a incendiare il Rock en Seine
E la musica? Straordinaria. I Kneecap producono un mix di rap, elettro e indie-rock devastante, dal vivo ancor più che su disco. Il vero spirito del punk è sul palco, a testimonianza del fatto che non sono le chitarre a definire il genere. Con buona pace di un pubblico rock imbolsito che nei commenti del giorno dopo denuncia il mix di musica e politica …

La setlist alterna i pezzi di Fine Art con alcune canzoni precedenti, note e attese come Get Your Brits Out e Your Sniffer Dogs Are Shite. C’è la nuova Sayonara e soprattutto il finale con i due singoli recenti, H.O.O.D. e The Recap, musicalmente il momento migliore del live. Speriamo siano il preludio a un nuovo disco.
King Hannah
Come detto, al Rock en Seine non c’erano solo i Kneecap. I King Hannah subiscono una programmazione non felicissima alle tre del pomeriggio sotto il sole. La loro musica è fatta per altre atmosfere, ma il concerto passa bene, davanti a un pubblico attento. Apprezzabili soprattutto le composizioni del secondo album, in particolare New York, Let’s Do Nothin, Davey Says e la title track Big Swimmer in chiusura. Sul palco, il duo mostra una grande sinergia, aiutato da basso e batteria per un set semplice ed efficace.
Fontaines D.C.
Il palco principale e almeno venticinquemila persone accolgono i Fontaines D.C., che nel giro di una decina d’anni sono riusciti a compiere un bel salto in avanti: evidentemente merito di Romance, nonché della costanza e del buon livello di tutta la produzione. Anche loro si esibiscono con una bandiera della Palestina sul palco, dedicano Favourite ai Kneecap, concludono con un messaggio contro il genocidio in corso.
Quanto alla musica e alla tenuta in scena, diciamo subito: molto meglio rispetto all’esibizione allo stesso Rock en Seine del 2022; band, scenografia, presenza di Grian Chatten, tutto è cresciuto. A voler trovare un difetto, i Fontaines D.C. hanno tanti brani mid-tempo, il che rende la setlist sempre pericolosamente in bilico fra piacevolezza melodica e noia, sebbene a prevalere sia la prima.
Bello e in crescendo, il finale con In the Modern World (dopo un’interruzione per chiedere un intervento di soccorso alla security: un malore nelle prime file), I Love You e Starbuster.
In conclusione…
…lascio il Rock en Seine prima dell’esibizione dei Queens of the Stone Age: li ho già visti due volte e non sono più nel momento migliore della loro carriera; soprattutto, però, mi sembrerebbero fuori contesto dopo una giornata come questa. È curioso notare che una parte non trascurabile del pubblico fa la stessa scelta: tra i fan del rock alternativo dei Fontaines D.C. e quelli del rock ormai “classico” dei QOTSA si avverte chiaramente una differenza generazionale e di gusti.













