Rod Stewart in concerto a Lucca, 7 luglio 2024.
Io a Rod Stewart ho sempre perdonato tutto e anche questa sera a Lucca gli perdono alcuni riempitivi, i due pezzi che fa cantare alle coriste, un confuso omaggio all’Ucraina (ma come Rod, proprio tu, che ho sempre amato per le tue passioni fatte di calcio, donne e whisky, mi diventi impegnato a ottant’anni?), un suono un po’ toppo gonfiato e piatto, una certa attitudine allo spettacolo un po’ baraccone stile Las Vegas. Glielo perdono perché è sempre stato così, perché Rod Stewart è fondamentalmente un eterno ragazzo che avrà anche dei difetti ma che è sempre stato totalmente sincero, irrimediabilmente simpatico e con ancora una profonda anima soul. E poi quella fantastica voce che si sente il sapore di torba fin da quaggiù, lo rende ancora uno dei più grandi interpreti del pop moderno.
Il concerto di Lucca
Il concerto è bellissimo, al di là delle piccole pecche che si sono dette; il vecchio Rod è in forma strepitosa (come sia possibile che ‘sti ottantenni inglesi, dopo tutto quello che hanno fatto e bevuto siano ancora in questo stato fisico, è una cosa che andrebbe studiata all’università), si muove con agilità ed eleganza e ha ancora la sua classica voce di ghiaia e seta con la quale riesce a colorare in modo unico pezzi pop da juke box anni 70/80, con alcuni classici blues e soul.
Si parte con Infatuation e It’s a Heartache, due ganci irresistibili che pigliano la folla che riempie la piazza e la scuote in un frullato di ricordi ed emozioni a cui è impossibile resistere; e così sarà durante tutto il concerto con le hit più omicide, passando da Tonight’s the Night a I Don’t Want to Talk About It, a Young Turks, a Baby Jane fino a Da Ya Think I’m Sexy, che fa tornare in mente le polemiche di tanti anni fa per il tradimento di Rod dello spirito rock a favore della vituperata discomusic, ma che a distanza di anni rimane invece un pezzo clamoroso, con un tiro micidiale e che ti ritrovi, senza nemmeno accorgertene, a cantarla a squarciagola.

Rod alterna queste adorabili ruffianerie pop a classici del blues o a pezzi d’autore, affrontando tutto con lo stesso innocente entusiasmo e innocenza; e come si diverte a cantare i vecchi irresistibili hit che gli hanno fatto guadagnare miliardi. Allo stesso modo lo vedi che è felice nell’omaggiare in modo magistrale il vecchio blues con una versione di Rollin’ and Tumblin’ di Muddy Waters da pelle d’oca, oppure il soul d’autore con la contagiosa Twistin’ the Night Away del, come lo definisce Rod, “mio maestro, Sam Cooke, che fa sorridere e ballare felice tutto il pubblico. E ancora la Etta James di I’d Rather Go Blind (che Ron ricorda di avere inciso nel 1972, assieme al gemello separato alla nascita Ron Wood, con “two takes and two bottlse of wine”) o la People Get Ready che dedica al ricordo del vecchio amico Jeff Beck, con cui la incise in una non memorabile versione nel 1985.
Allo stesso modo reinterpreta pezzi di autore (Cat Stevens e The First Cut Is the Deepest, Tom Waits e Downtown Train, Van Morrison e la struggente Have I Told You Lately), con un personalissimo omaggio fatto di ammirazione e anima.
Rod Stewart e la musica che dà gioia
Concerto magnifico quindi, 22 pezzi per quasi due ore, con intorno a te gente felice (che comunque potrebbe smetterla con questa cosa del filmare pezzi interi con i telefonini, che è una deriva moderna insopportabile). E così a Rod gli perdoni (anche se un po’ a fatica) che non abbia fatto nessun pezzo dei Faces (a me Stay With Me cantata da lui dal vivo, una volta prima di morire mi sarebbe piaciuto tanto sentirla), che non abbia fatto la lasciva Hot Legs oppure quell’irresistibile inno all’amore intitolato You’re in My Heart.
E, inevitabilmente, quando chiude il concerto con Sailing, un pezzone di quelli che i veri rocker sporchi e cattivi come noi (scherzo) dovrebbero disprezzare e lo vedi che lo canta abbracciato da vecchio marpione alle coriste con addosso un cappello da ammiraglio e con quel suo sorriso da adorabile canaglia ti saluta (sì, hai proprio la sensazione che stia salutando te), io come un bambino mi perdo e con gli occhi lucidi lo saluto anche io, grato e felice, come si saluta un vecchio amico che ti ha sempre fatto stare bene.
Ciao Rod, ti vogliamo bene.
La foto di copertina è di Laura Casotti.

