Jarvis Cocker e i Pulp snobbano l’Italia, ma li ritroviamo allo Zénith di Parigi, 7 luglio 2026.
Avevano avvisato: arrivate puntuali, si suona a lungo. E in effetti quello di lunedì sera allo Zénith Paris-La Villette non è stato un concerto, ma un’esperienza Pulp nella sua forma integrale — preshow, intervallo, votazione del pubblico, quasi tre ore. Sold out ovviamente, con un pubblico parigino che aspettava il gruppo di Sheffield da quattordici anni, dall’ultima apparizione all’Inrocks Festival. Nel frattempo è arrivato More, primo disco in ventiquattro anni, ed è arrivata anche la voglia di rimettersi in strada sul serio. L’Here Comes More Tour — partito da Glasgow nel giugno 2025 — è la lunga coda di quel ritorno, e purtroppo non prevede date in Italia.
Alle 20 in punto si parte con i classici e qualche novità
Alle venti in punto gli schermi informano il pubblico che sta per vivere «un momento eccezionale». Parte l’intro di Sorted for E’s & Wizz — con “Hampshire” prontamente sostituito da “Paris” — e la folla si accende. Jarvis Cocker compare con la sua iconica giacca di tweed nonostante i trentasei gradi fuori (e parecchi di più dentro, praticamente un bagno turco), interpretando alla perfezione il proprio ruolo di showman. Nessun tempo morto: si passa subito a Disco 2000, uno dei testi più belli mai scritti da Cocker, che lo Zénith canta con lui in una comunione commossa.
L’apertura è una sequenza da manuale — Sorted, Disco 2000, Spike Island, Razzmatazz — e già lì si capisce che il gruppo è saldo e Jarvis ha voglia. Ai quattro storici (Cocker, Candida Doyle, Mark Webber, Nick Banks) si aggiungono cinque musicisti che allargano il suono senza appesantirlo. La formula funziona benissimo sui pezzi nuovi di More e su quelli tratti da This Is Hardcore e We Love Life: non a caso il vertice assoluto della serata è la sequenza This Is Hardcore (introdotta da End of the Line) seguita da Sunrise, dove il gruppo dimostra di poter maneggiare il proprio repertorio più oscuro senza mummificarlo. Spike Island e Slow Jam reggono al confronto con i classici; Got to Have Love, in sala, guadagna un’ampiezza meritata; solo Farmers Market suona un po’ piatta.
Un concerto lungo e bollente
I set durante i festival, che fanno parte del tour, sono più brevi, ma qui nonostante il caldo (Jarvis lo menziona più di una volta, pur resistendo bene) si andrà avanti per quasi tre ore con un intervallo di quindici minuti.
Il secondo set si apre con una Something Changed acustica e prosegue con i deep cut, che sono la vera posta in palio della serata. The Fear è una piccola meraviglia; Have You Seen Her Lately?, eseguita per la prima volta dal 2012 e scelta dal pubblico contro Don’t You Want Me Anymore?, è un momento inatteso e bello. Poi O.U. (Gone, Gone), Acrylic Afternoons, una Babies introdotta dalla versione spoken word, Pink Glove, Underwear. Persino una She’s a Lady fuori scaletta, abbozzata e improvvisata con la band a mezzo servizio, come risposta a una fan.
Jarvis Cocker l’intrattenitore
Jarvis Cocker si spende senza risparmio, suda, si tira su i pantaloni che scappano, danza e canta con una voce che negli anni si è mantenuta intatta. Ha vissuto dieci anni a Parigi, chiacchiera e ricorda in broken French, distribuisce cioccolatini e altri cotillons. Introduce il pub di Sheffield che frequentava da ragazzo, dicendo voi qui avete “Le Palais”, noi avevamo The Limit (vedi foto) con la birra imbevibile a pochi centesimi.
La conclusione del concerto con i Pulp in forma eccellente
Alla fine come un inno cantato all’unisono arriva Common People, ma non è ancora finita. Pur stremata, la band prosegue con A Sunset e, in forma di regalo, quella Don’t You Want Me Anymore? che il voto aveva escluso: eseguita per la prima volta dal 2012. All’uscita molti dicono che è stato il concerto migliore dei Pulp a cui abbiano mai assistito. Io non lo so, ma l’ho trovato bellissimo.
































