Ride Lonesome, ovvero la terza puntata del serial con protagonista il Beck cantautore.
Esiste una sotto-discografia di Beck, ormai giunta al terzo capitolo con questo Ride Lonesome, che potremmo definire “il Beck cantautore”. Nel 2002 il primo capitolo Sea Change fu una sorpresa per tutti, perché il re dei giochi da studio e dei campionamenti si presentò con un album quasi da indie-folker, e vinse su tutta la linea, visto che il titolo è ancora oggi ricordato come uno dei suoi migliori. Nel 2014 arrivò Morning Phase, che pareva bissare qualità e successo del predecessore, anche se qualche momento di ripetitività nella formula cominciava ad affiorare. Da allora sono passati solo due album alquanto discussi e discutibili (Colors nel 2017 e Hyperspace del 2019) in cui il nostro, per la prima volta, invece di segnare la via agli altri artisti, li inseguiva sul sentiero di un pop moderno che alla fine non lo ha aiutato troppo a rinfrescare la sua buona fama.
Ride Lonesome è (anche) il racconto di momenti difficili
Nel frattempo, nel 2019 c’è stata la crisi matrimoniale con relativo divorzio (ne parla nella struggente It Ends Right Here), e anche il conseguente abbandono di Scientology, abbracciato nel 2005 (non ne parla apertamente in questo caso, ma serpeggia un cambio di filosofia di vita nelle parole di Falling Through My Hands). Episodi che non hanno a che fare con la musica, ma che servono a spiegare i sette anni di tempo per confezionare Ride Lonesome, non a caso album registrato sostanzialmente con la medesima band che aveva usato per Sea Change e Morning Phase, quasi a voler sottolineare la continuità di spirito.
Ride Lonesome mentre scrivo ha già riscontrato accoglienze alquanto distanti, tra chi lo saluta come un grande esempio di cantautorato indie, quasi alla Carrie & Lowell di Sufjan Stevens, e chi lamenta che, dopo aver quasi fallito nel rigenerare la sua musica, Beck si sia arroccato su un cantautorato abbastanza convenzionale a decisamente poco fantasioso, con molto da dire, ma poche idee su come dirlo.
Alla resa dei conti un Beck ispirato ma un po’ monocorde
Mi pongo salomonicamente in mezzo in questo caso, il disco ha un gran valore di scrittura ed è sicuramente un punto cardine della sua carriera in termini personali, con episodi intensi come In the Night, che sono in fondo un piccolo bigino per ogni cantautore folk indipendente amareggiato dalla vita che volesse cimentarsi nella scrittura per i prossimi anni. D’altro canto, se Sea Change godeva anche di una buona varietà di soluzioni, Ride Lonesome non va oltre la buona forma dei tanti session-men di rango coinvolti e di qualche orchestrazione old-style prima di adagiarsi sostanzialmente sulla stessa formula di folk-song, un peccato non da poco per un musicista che è sì autore sopraffino, ma prima di tutto produttore spesso geniale.
Il problema è che avendo alle sue spalle due predecessori più vari e riusciti, Ride Lonesome appare come un capitolo anche un po’ forzato, da prendere forse come un delizioso intermezzo in cui ci racconta come sta (non benissimo, a sentire Bleed), e quanto faccia anche fatica a raccontarcelo (Failed Words). L’avrei intitolato Period Of Transition, alla Van Morrison, a sottolineare che ne aveva bisogno forse più lui che noi, ma che qualcosa di veramente entusiasmante dopo dovrà pur succedere.
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