Interpol This Mirror Weighs a TonPartisan Records

Ottavo album per la band newyorkese: oscuro, elegante e sorprendentemente vitale, tra i fantasmi del passato e nuove aperture sonore firmate da Andrew Wyatt

Ci sono gruppi che attraversano gli anni cambiando continuamente pelle e altri che costruiscono un universo sonoro talmente riconoscibile da non avere bisogno di farlo. Gli Interpol appartengono decisamente alla seconda categoria. This Mirror Weighs a Ton, ottavo album della band newyorkese, dimostra però come sia ancora possibile muoversi all’interno di quell’universo, esplorandone zone nuove senza tradirne l’identità.

A quattro anni da The Other Side of Make-Believe, Paul Banks, Daniel Kessler e Sam Fogarino tornano con This Mirror Weighs a Ton, ottavo album in studio per gli Interpol e primo pubblicato dalla nuova casa discografica Partisan Records, etichetta indipendente che negli ultimi anni ha costruito un catalogo particolarmente attento alla scena alternative contemporanea. Tornano con un disco oscuro, elegante, inquieto e soprattutto sorprendentemente vitale. La produzione di Andrew Wyatt amplia la tavolozza sonora del gruppo con sintetizzatori, archi, fiati e percussioni, lasciando però intatta quella tensione quasi fisica che accompagna gli Interpol fin dagli esordi.

Dalla title track a Enemy: un’apertura costruita sull’attesa

La title track apre il disco in maniera quasi cinematografica. Le chitarre non aggrediscono immediatamente lo spazio, ma emergono progressivamente da un’atmosfera rarefatta, mentre la voce baritonale di Paul Banks appare ancora più profonda e distante. È un’apertura insolita, costruita più sull’attesa che sull’impatto, e introduce perfettamente uno dei temi che percorrono l’album: il confronto con il tempo, con la propria immagine e inevitabilmente con il proprio passato.

See Out Loud cambia immediatamente prospettiva. Qui ritroviamo gli Interpol più nervosi e riconoscibili: la chitarra geometrica di Daniel Kessler, il basso pulsante e una sezione ritmica che procede con quella precisione quasi ossessiva che è sempre stata una delle caratteristiche della band. Eppure non si tratta di una semplice replica degli anni di Antics: il suono è più ampio e stratificato e lascia entrare elementi che gli Interpol di vent’anni fa probabilmente avrebbero tenuto fuori.

Wings on Fire è uno dei momenti più immediati dell’album. Ha un’energia quasi liberatoria, un movimento continuo che contrasta con l’immobilità inquieta di altri episodi del disco. È anche uno di quei brani nei quali emerge con maggiore evidenza la capacità degli Interpol di costruire una melodia apparentemente semplice lasciando sotto la superficie una tensione costante.

Di tutt’altro registro Enemy, più lenta e introspettiva. Banks abbandona in parte il consueto distacco interpretativo e lascia affiorare una vulnerabilità che rende il pezzo particolarmente intenso. Le chitarre diventano meno taglienti, gli spazi si allargano e per qualche minuto sembra prevalere la malinconia sull’angoscia.

Il peso della ritmica nella formula Interpol

Wake Up sorprende invece soprattutto sul piano ritmico. Fogarino continua ad essere fondamentale nell’equilibrio della band: la sua batteria non accompagna semplicemente le chitarre, ma determina la tensione e gli improvvisi cambi di prospettiva del brano. È proprio questa componente ritmica, spesso sottovalutata quando si parla degli Interpol, a dare a molte tracce del disco una profondità particolare.

Tra i momenti migliori c’è certamente Bird and the Serpent. Il brano procede per accumulazione, cresce lentamente e permette agli arrangiamenti di Wyatt di entrare progressivamente nella struttura fino a un finale orchestrale sorprendente. Gli archi non rappresentano un semplice ornamento, ma amplificano quella sensazione di inquietudine elegante che attraversa tutto l’album.

I fantasmi di Antics e la forza degli Interpol del 2026

Naturalmente i fantasmi del passato continuano ad aggirarsi tra queste canzoni. Alcuni intrecci di chitarra riportano inevitabilmente ad Antics, mentre nei passaggi più cupi riaffiora quella New York notturna, fredda e misteriosa che rendeva Turn on the Bright Lights un disco così irripetibile. Ma sarebbe ingiusto giudicare This Mirror Weighs a Ton soltanto in rapporto ai primi album.

Gli Interpol del 2026 non cercano più di essere quelli del 2002. Ed è probabilmente questa la vera forza del disco.

La conclusiva Sudden lo conferma: un epilogo sospeso, malinconico, quasi contemplativo, che invece di cercare una chiusura definitiva lascia qualcosa irrisolto. Una scelta perfettamente coerente per una band che ha sempre preferito l’ambiguità alle risposte.

Dopo quasi trent’anni gli Interpol riescono così nell’impresa più difficile: essere immediatamente riconoscibili e, allo stesso tempo, ancora capaci di sorprendere.

Forse non avevamo bisogno che ci ricordassero quanto sono importanti. Ma ascoltarli ancora così ispirati è un piacere enorme.

Interpol - This Mirror Weighs a Ton
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Milanese trapiantata a Parigi, fra filosofia e diritto, le mie giornate sono scandite dalla musica. Amo la Francia, il mare e il jazz. I miei gruppo preferiti ? I Beatles, i Radiohead, gli Interpol e gli Strokes.

Di Mariangela Macocco

Milanese trapiantata a Parigi, fra filosofia e diritto, le mie giornate sono scandite dalla musica. Amo la Francia, il mare e il jazz. I miei gruppo preferiti ? I Beatles, i Radiohead, gli Interpol e gli Strokes.

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