Endeavours: secondo album di Joseph Martone e le sue storie di famiglia e amicizia.
Secondo album, dopo Honey Birds del 2020, per il cantautore italo-americano Joseph Martone, anche stavolta con la collaborazione dell’amico Ned Crowther, coautore di ben sette dei nove brani di Endeavours. Pur non conoscendolo, sappiamo che il primo disco fu accolto molto bene dalla critica, segnatamente da quella francese, e ci sentiamo di affermare che con questa seconda opera Martone non scende affatto di livello, mostrando un songwriting originale – pur denunciando ovviamente debiti nei confronti di più di qualche illustre collega – e uno spiccato talento melodico.
Joseph Martone – Endeavours: grande sintonia tra testi e musica
Per quanto riguarda i testi, già il titolo (Endeavours = Sforzi) lascia intravedere il filo rosso che li lega pressoché tutti. Si tratta infatti di testi sofferti, che sembrano attingere a piene mani dalla sua esperienza di vita, in particolare dall’infanzia e dalla giovinezza: storie di famiglia e di amicizia, dove amore e dolore spesso si fondono e confondono e dove il tempo può sia attutire i dispiaceri sia amplificarli.
Non abbiamo lo spazio per un’analisi puntuale dei singoli brani, ma non possiamo non citare l’iniziale Overboard, dove appare già chiaro il desiderio di costruirsi un rifugio che serva se non altro a condividere guai e problemi (“There we made a home, to fall in not alone”) o la successiva Saint Marie, un blues alla Tom Waits – anche per merito della voce dell’interprete – che profuma di New Orleans e di inquietanti riti voodoo. Scandita sia all’inizio sia nel corso del brano da una chitarra twang, Time Is A Healer sembra porre l’accento sul ruolo taumaturgico del tempo, non senza far aleggiare una qualche inquietudine, mentre Lying Low, scelto anche come singolo e al quale è abbinato anche un suggestivo video, denuncia abbastanza chiaramente influenze morriconiane.
Il disco è ben scritto, ben arrangiato con una produzione raffinata ma non prevaricante e ben suonato da un gruppo di musicisti di prim’ordine, a cominciare dai due produttori Taylor Kirk (chitarre e tastiere) e Michael Dubue (piano e tastiere). Di tutto rispetto la sezione ritmica “nostrana” con Fabio Rondanini (Calibro 35) alla batteria e percussioni e Francesco Giampaoli (Sacri Cuori, Hugo Race’s Fatalists) al basso. E forse non è un caso che alcuni brani, in particolare il conclusivo Wounded Love, echeggino sonorità non dissimili da quelle dei “Fatalisti”.
Le voci come tratto caratterizzante dell’album
Degne di nota in quasi tutti i nove brani le incantevoli voci femminili di Rebecca Noellei e Marianna D’Ama, che con la loro dolcezza fanno da contraltare a quella del leader. E qui veniamo all’aspetto che mette definitivamente il sigillo dell’amalgama a un disco già di per se molto unitario: la voce di Martone. Una voce calda e leggermente rauca, che tende ad assumere accenti da crooner, ma sa anche cambiare registro per arrabbiarsi un po’: capace di richiamare talvolta, come già accennato, Tom Waits, talaltra il Nick Cave più “romantico”, altre volte ancora perfino Leonard Cohen – anche per certe linee melodiche che forse devono qualcosa all’ascolto del grande canadese – e l’Hugo Race dei già citati Fatalists. Insomma, se per molti era “buona la prima”, la seconda è buonissima e osiamo sperare che non sia finita qui.
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