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Hardcore e post per La Dispute: Rooms Of The House

C’era un senso di hardcore e post-hardcore prima dei La Dispute. C’erano dei confini, degli spazi comuni, qualcosa su cui contare. C’erano, insomma, dei posti in cui farsi accogliere. C’erano, poi sono arrivati i La Dispute, hanno preso dei testi fatti di star male urlato in faccia alle prime file e li hanno trasformati in storie raccontate con una malinconia e una rabbia che l’emo, gli anni ’90, le lacrime dei maschi, in fondo, non erano niente.

I La Dispute, tra una cosa e l’altra, hanno quasi 10 anni; iniziano a essere quasi dei vecchi in un isolato fatto di giovani sempre più giovani, che tendono a dire sempre le stesse cose, ma tendono a dirle bene, nei confini e nei luoghi comuni. Rooms Of The House è il terzo disco di questa band di vecchi che probabilmente non hanno nemmeno trent’anni, ma è così che funziona, quando si fa questa musica. Stupisce che abbiano ancora della voce, dopo tutto quell’urlare, e stupisce cosa siano riusciti a tirare fuori dopo un disco, Wildlife, che sembrava aver detto tutto nell’arroganza più sfrontata con pezzi dai 4 ai 7 minuti e quel migliaio di parole a botta, senza esagerare. Rooms Of The House è la stessa cosa, ma raccontata con più calma.

Certo ci sono le chitarre fatte di rumore e le batterie pestone, ma ci sono anche delle storie che sembrano prese di forza da Carver e adattate a un sentimento nostalgico piuttosto giovane, come vite vissute nella fretta di chi ha paura di morire a vent’anni. È un concept album sulle convivenze andate a male, sulle tragedie del passato, su quello che resta ora di momenti che dovrebbero rimanere chiusi in delle scatole. Un disco sul tempo che è passato e ha lasciato solo fotografie, suonato e urlato forte, che raggiunge il suo apice in un pezzo praticamente parlato su delle chitarre leggerissime, giusto a ricordarci che dopotutto per far male non serve essere violenti.

8,5/10

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Appassionato di musica, cinema e fotografia, ha costretto suo padre ad anni di Springsteenianismo acuto. Ora, quasi trentenne, pare essere guarito e ascolta il punk che avrebbe dovuto ascoltare a sedici anni.

Di Mattia Meirana

Appassionato di musica, cinema e fotografia, ha costretto suo padre ad anni di Springsteenianismo acuto. Ora, quasi trentenne, pare essere guarito e ascolta il punk che avrebbe dovuto ascoltare a sedici anni.

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