Punching The Clock: e tutt’a un tratto il coro, ovvero i nuovi-vecchi Lambchop.
Ammettiamolo, dopo essere stato molto ammirato in fase di recensione, The Bible è rimasto inascoltato dal 2022. Era l’album che chiudeva, ma all’epoca non lo sapevamo, la parte “autotune e altre diavolerie” della discografia dei Lambchop, un tempo una sorta di orchestra country-soul e poi sempre più sovrapponibili alla figura del fondatore-frontman Kurt Wagner.
Insomma, c’era un po’ di stanchezza nel recensore che già in occasione di Flotus (2016) si era lasciato scappare un “seduce oppure annoia senza vie di mezzo”. L’amore nato nel 1994 davanti alla vetrina di Rough Tade e alla copertina (brutta) del primo album I Hope You’re Stting Down stava per sfiorire? Paragone: il ciclista in salita che sente le gambe di piombo a volte riesce a dirsi “resisti altri 100 metri” e poi taglia il traguardo vincitore, in questo caso l’autoincoraggiamento per l’ascoltatore è stato “dai, sentine ancora uno” e il risultato, anche qui, una vittoria.
Punching The Clock: la svolta un po’ sottotraccia un po’ no
Il diciassettesimo disco dei Lambchop cambia in gran parte registro rispetto al passato recente: voce al naturale, strumentazione altrettanto naturale e limitata a chitarra acustica (Andrew Broder), banjo (Justin Vernon) e poco altro. Poi c’è la novità, ovvero la presenza piuttosto (pre)potente di due formazioni corali quali l’Eau Claire Vocal Sextet e il London Choir.
La collaborazione fra Wagner e Broder si è basata sullo studio del modus operandi di grandi autori quali Jimmy Webb, Guy Clark e John Prine e su canzoni strutturate in modo abbastanza classico. A dare il tocco roots provvede il banjo di Vernon/Bon Iver nel cui studio l’album è stato registrato. Intanto è arrivata la casuale scoperta del lined-out singing, una forma di call and response di matrice religiosa in cui il solista canta la strofa di un inno e le altre voci la ripetono.
L’effetto è all’inizio destabilizzante, più o meno quello di un elefante vocale in una cristalleria strumentale: i Sunn O))) sarrbbero sembrati più educati. Ci vuole poco però per superare lo stupore e tutto diventa aggraziato, equilibrato e logico. Più che altro tutto sembra serenamente ultraterreno: Wagner crooneggia in modo ormai quasi metafisico e Vernon riesce a far parere psichedelico il suo banjo (forse perché non è un virtuoso dello strumento). Quanto alle voci, si potrebbe paragonarle a nuvole portate dal vento, a volte scure e rapide, a volte bianche e pigre, sempre belle a vedersi/ascoltarsi.
L’album indiscutibilmente affascina tanto per la sua atipicità quanto per la bontà della scrittura, meno astratta rispetto al passato. Astratti continuano a suonare i testi, come dimostra ad esempio The New World Wave che inizia nel 1929, passa per Nashville e finisce chissà dove, però con (desolato) stile: “No bedtime stories for the unemployed/ They say he sold his guitar for a car”. Dunque un bel nuovo inizio per la costoletta d’agnello (nome insensato a cui si è fatta l’abitudine) tanto che Wagner è già lanciato verso un nuovo progetto, ovvero una raccolta di canzoni inedite cantate da altri. Fra le prime adesioni MJ Lenderman, Alan Sparhawk, Joan Wasser.
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