L’opera terza di Phoebe Bridgers, cantautrice californiana.
Qualche anno fa su Tomtomrock definimmo Phoebe Bridgers in linea con la modalità “sussurrante e deprimente” di certa canzone d’autore statunitense, come illustrato da Stranger In The Alps (2017) e Punisher (2020). Poi è arrivato The Record a nome boygenius, “supergruppo” femminile formato da Bridgers insieme a Julien Baker e Lucy Dacus che nel 2024 ha vinto tre Grammy Awards e si è piazza benissimo nella classifica di Billboard.
È forse a causa di questa inattesa virata verso il mainstream, associata a storie personali non liete (la morte del padre, la fine di una complicata relazione sentimentale) che all’artista di Pasadena sono occorsi tre anni per il terzo, certamente difficile, album: Lost Weekend.
I primi due Lost Weekend
Quando si parla di Lost Weekend si pensa in genere ai 18 mesi molto alcolici trascorsi da John Lennon insieme alla temporanea compagna May Pang con il contorno di amici famosi quali Harry Nilsson, Ringo Starr e Keith Moon. In realtà Bridgers ha dichiarato di avere in mente soprattutto l’omonimo film di Billy Wilder (1945) e lo “stato di trance” del protagonista, scrittore alcolista senza più ispirazione.
Se queste sono le premesse, c’era da aspettarsi un disco non del tutto allegro, o forse ancora una volta “sussurrante e deprimente”. Anche l’apertura, col canto deformato dal vocoder e il primo verso che dice “piangendo in giacca e cravatta” parrebbe un’indicazione in tal senso. In realtà non è proprio così, anzi…
La terza versione è quella di Phoebe
…anzi ci troviamo davanti a un album articolato, stimolante, ricco di idee compositive, strumentali e liriche che si svelano ascolto dopo ascolto. Anche se fin da subito si percepisce una carica comunicativa ‘a prescindere’ che forse serve a tenere lontani i malesseri psichici di cui l’artista ha sofferto in passato. O forse è l’indicazione di sviluppi positivi.
Intanto questo è un disco fatto bene, data in particolare la presenza del gran rifinitore Jack Antonoff, uno che con la musica al femminile si trova notoriamente a suo agio (Taylor Swift, Lana Del Rey, Lorde). Poi ci sono bravi strumentisti acustici e stelle indie quali Mike Mogis, Damien Jurado e Conor Oberst, già compagno d’avventura in Better Oblivion Community Center (2019), mentre in un brano (Haunted) vediamo di nuovo in azione le boygenius. Tanta roba, ma senza ridondanze, mentre abbondano i tocchi evocativi come la pedal steel e l’armonica in I Can’t Wait o come il potente finale vocale di Still Standing.
Liriche e melodie
Quanto a stati d’animo, siamo di fronte a un tourbillon di emozioni colte da diversi punti di vista anche in contrasto fra loro. Quando le cose sembrano andare bene ecco: “Ho combattuto la guerra/ La guerra ha vinto”, quando tutto sta per crollare: “No, non tornerò indietro!”. Ci sono ricordi felici e tristi, vengono evocati amori andati male oppure appena sbocciati. A fungere da faro la figura del padre scomparso tre anni orsono e a cui l’album è dedicato.
I personaggi paiono un po’ indifesi, un po’ confusi e sempre pronti al viaggio in una profusione di aerei, automobili, alberghi: “Hai lasciato le valigie vicino al letto/ Come se avessi bisogno di sapere che puoi andartene in ogni momento” (Still Standing). Ricco di movimento è anche il distico più visionario e struggente del disco: “Ho pensato all’Air Force One che vola sopra Omaha/ Ho pensato a mia mamma che se ne va da sola in macchina all’ospedale”.
Tutto questo servirebbe a poco se la scrittura musicale non fosse ispirata e, come detto, bene articolata. A colpire subito è Lost Boys con il suo ritornello a presa rapida: provate a immaginarla con la voce di Michael Stipe e otterrete un magnifico pezzo dei R.E.M. oltreché una delle canzoni migliori dei 2026. Poi ci sono le ballate acustiche come Governor’s Waltz e Haunted, l’alt-rock anni ’90 di Bobby, i toni sospesi di Panorama, As Above e Other Plans (un po’ alla Beth Orton), la costruzione lenta di Kill Me. Diciamo che se i testi si fermano ogni tanto a pensare, la musica li convince sempre ad andare avanti, come nel crescendo della title track.
Viste anche le recensioni superpositive, Lost Weekend potrebbe essere il disco della definitiva affermazione di Phoebe Bridgers nelle vesti di una Taylor Swift più complicata. L’importante è che non si complichi di nuovo la vita.
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