Hotel Usona prosegue nell’allargamento dei confini sonori dei Protmartyr.
A tre anni da Formal Growth In The Desert, i Protomartyr tornano con Hotel Usona, settimo album di una discografia ormai difficilmente circoscrivibile al post-punk degli esordi.
Registrato ai Tarbox Road Studios e prodotto da Dave Fridmann (ricordate i Mercury Rev?) insieme a Greg Ahee, il disco conserva le coordinate essenziali della band di Detroit – la sezione ritmica nervosa, le chitarre oblique, soprattutto la voce declamatoria di Joe Casey – inserendole in arrangiamenti più aperti, nei quali fiati, pianoforte e tastiere acquistano un peso sostanziale.
Ma cos’è l’Hotel Usona?
Il punto di partenza è l’immaginario costruito da Casey intorno all’Hotel Usona, metafora di un’America attraversata da tecnologia, nazionalismo, violenza, deportazioni e isolamento sociale. Temi familiari nella sua scrittura, affrontati con il consueto misto di ironia e disincanto, senza trasformare le canzoni in semplici commenti sull’attualità.
The Old Hotel funziona quasi da introduzione: arrangiamento rarefatto, chitarra inizialmente ai margini, tastiere e fiati che definiscono l’atmosfera. Da subito emerge anche il ruolo della batteria di Alex Leonard, molto presente nel mix e fondamentale nel determinare la dinamica dei brani. Sounds We Cannot Hear ne è un buon esempio. Ahee lavora meno sul riff e maggiormente sulla tessitura, fra accordi aperti, dissonanze e rumore, mentre il basso di Scott Davidson mantiene la composizione ancorata a una pulsazione costante. Leonard, invece, sposta gli accenti e interrompe la linearità del ritmo, contribuendo direttamente alla tensione.
Importanti sono i fiati di Jon Fridmann, che non rappresentano un semplice arricchimento timbrico ma entrano nella struttura delle canzoni. In Converts convivono con una chitarra ancora tipicamente Protomartyr, mentre Exalted Eagles, più compatta, cresce intorno a una pulsazione insistente di basso e batteria.
The Knife Dream è uno dei risultati migliori. Pianoforte, fiati, chitarra e sezione ritmica occupano spazi distinti senza convergere subito verso un centro stabile. Leonard cambia continuamente gli accenti e Ahee interviene spesso per sottrazione, lasciando che siano le variazioni dell’arrangiamento a guidare il pezzo. Subito dopo, Feed the Sewer recupera la componente più fisica della band. Basso e batteria diventano dominanti, la chitarra progressivamente abrasiva e Fridmann porta il mix vicino alla saturazione senza renderlo indistinto. Il tema dell’intelligenza artificiale si inserisce nella più ampia riflessione di Casey sul rapporto fra tecnologia e comportamento individuale.
Con Lavender – Gospel il disco torna a respirare. Fridmann lavora bene sui contrasti: la batteria può occupare gran parte dello spazio per poi lasciare posto a passaggi più rarefatti, mentre chitarre, fiati ed elementi acustici vengono collocati su piani differenti. Third Country è forse l’episodio più anomalo. L’interesse di Ahee per l’exotica, insieme a suggestioni jazz e psichedeliche, entra nella scrittura senza assumere il carattere di un semplice esercizio stilistico. È un brano meno immediato, ma tra quelli che acquistano maggiormente peso con gli ascolti.
La conclusiva Checking Out riporta progressivamente Casey in primo piano. Il tema diventa personale – la paternità e il rapporto con un futuro difficile da interpretare – mentre ritmo, chitarre e fiati vengono aggiunti gradualmente, evitando una chiusura enfatica.
I Protomartyr contro il rischio del già detto
Dopo sette album, i Protomartyr sembrano soprattutto interessati a non irrigidirsi in una formula. Se The Agent Intellect rimane forse il momento di maggiore equilibrio della loro prima fase e Relatives in Descent ne aveva ampliato la portata, i lavori successivi hanno seguito percorsi meno lineari.
Hotel Usona è un disco meno immediato di alcuni predecessori e non tutte le deviazioni hanno la stessa efficacia, ma proprio nei passaggi più obliqui trova spesso le idee migliori. Il contributo di Fridmann è importante senza diventare invasivo, mentre Leonard emerge come uno dei protagonisti dell’album e Ahee evita di occupare sistematicamente il centro della scena.
Il risultato è un lavoro compatto ma ricco di dettagli, che richiede qualche ascolto per mettere a fuoco pienamente arrangiamenti e dinamiche. Più che cercare una svolta, i Protomartyr continuano semplicemente a mettere alla prova la propria scrittura. E Hotel Usona dimostra che hanno ancora parecchio margine per farlo.
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