Recensione: The 1975 - Notes On A Conditional Form
Polydor - 2020

Recensione: 1975 – Notes On A Conditional Form

Quarto disco per il fenomeno brit 1975: Notes On A Conditional Form.

I 1975 sono un fenomeno soprattutto britannico; in UK sono arrivati in cima alle classifiche e sono stati headliners in diversi festival, mentre nel resto d’Europa non sembrano altrettanto celebri. Dopo l’omonimo disco d’esordio del 2013 ne hanno pubblicati altri due con titoli lunghissimi e oggi esce il nuovo Notes On A Conditional Form: meno lungo il titolo ma lunghissimo il disco, con ventidue tracce e ottanta minuti di musica.

Recensione: The 1975 - Notes On A Conditional Form

Dirty Hit / Polydor – 2020

Anche nel Regno Unito non è che i 1975 piacciono a tutti, anzi diciamo pure che la band e il leader/cantante Matthew Healy dividono parecchio critica e pubblico fra chi li trova eccelsi e chi nulli. Questo Notes On A Conditional Form, lungi dal mettere tutti d’accordo, è invece la dimostrazione del perché.

1975 – Notes On A Conditional Form: un disco che parte male

Il disco precedente conteneva alcuni singoli carini accompagnati da momenti assai banali, ma nell’insieme poteva andare. Il nuovo, che ha visto la band in giro per il mondo a registrare, è invece, per non tergiversare, di una bruttezza irredimibile. Si comincia con lunghi minuti iniziali di base musicale condita da un discorso di Greta Thunberg: vi lascio indovinare il tema, tanto è facile. Il pistolotto segnala il “nuovo” Healy che da giovane disinvolto diventa impegnato. Va bene, non tutti i dischi possono cominciare con 1969, ma insomma così è dura. Poi parte il singolo People, a metà tra post punk isterico e My Sharona, forse il momento migliore di Notes On A Conditional Form, perché almeno è vivace e poi dura solo due minuti e mezzo.

 

Tuttavia, è anche l’unico momento così, perché per il resto i 1975 di Notes On A Conditional Form suonano tre generi che si alternano nelle restanti venti tracce: una specie di two-step garage (da Burial a James Blake degli esordi, per capirci), un country pop stile Americana e un pop inglese melenso, fra boy band e r’n’b moscio. Su What Should I Say canta FKA Twigs, ma per fortuna (di lei, ovviamente) si sente pochissimo. Certi passaggi tipo Guys (omaggio sentimentale di Healy agli amici della band) o If You’re Too Shy (Let Me Know) sono veramente imbarazzanti per la banalità della melodia, degli arrangiamenti, dell’interpretazione vocale. E sono anche considerati momenti centrali di Notes, dato che li hanno scelti come singoli/video.

 

Tre dischi in uno

È lecito chiedersi il perché di un orientamento del genere: dentro Notes On A Conditional Form ci sono almeno tre dischi di stili differenti. Leggo che la spiegazione dovrebbe risiedere nel fatto che oggi è facile che un ascoltatore spazi fra generi anche molto distanti e il bello dei 1975 starebbe nell’essere abbastanza flessibili da saperne proporre vari. Insomma Notes On A Conditional Form dovrebbe assomigliare a una compilation ideale di spotify, invece è come un incubo nel quale la piattaforma vi programma tutte le tracce più blande fra quelle in circolazione. Perché, al di là della mancanza di un intento riconoscibile, resta la bassissima qualità delle canzoni che scorrono una dopo l’altra per un tempo infinito senza lasciare mai il segno, fra noia e irritazione.

The 1975 - Notes On A Conditional Form
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Marina Montesano

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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. La foto del profilo dice da dove sono partita e le origini non si dimenticano; oggi ascolto molto hip-hop e sono curiosa verso tutte le nuove tendenze. Condividere gli ascolti con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

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