AC/DC – Power Up

Tetragoni nel loro caso è un eufemismo: AC/DC – Power Up.

Non sarò certo il primo a dire quello che andrò dicendo, e soprattutto credo che Angus Young non legga una recensione di un disco degli AC/DC dai tempi di Black in Black perlomeno, e con lui i suoi più accesi fan, per cui l’inutilità di scriverla è sottointesa.

AC/DC – Power Up
Sony/Columbia- 2020

Ma siccome ormai l’ho iniziata, la finisco. Gli AC/DC sono un caso unico nella storia del rock, perché ripetersi nel corso di una carriera è inevitabile, e anche i più poliedrici geni lo hanno fatto prima o poi (da David Bowie a chi volete voi), ma loro vanno oltre il mantenere immutata una formula vincente, loro proprio fanno fondamentalmente lo stesso disco dagli esordi. Anzi, almeno una volta nelle variazioni sul tema c’era il pezzo lento alla Ride On (sparito dal menu con l’avvento di Brian Johnson, il che è strano perché nei suoi anni giovanili con i Geordie ne ha fatti, e di validi), così come il pezzo puramente blues alla The Jack (pure questo comincia a latitare ormai).

Cambia il produttore, ma non il suono

Ora rimane solo quindi la loro classica hard-riff-song in 4/4, con lo stesso suono che non cambia troppo anche se cambia il produttore, per cui sono anche gli unici che hanno fatto sembrare simili dischi firmati dal qui presente Brendan O’Brien, Rick Rubin o il re dell’FM-Metal Bruce Fairbairn, tre produttori davvero diversi tra loro. E, soprattutto, ancora una volta in studio non c’è traccia di un session-man aggiunto (un piano dico, un paio di fiati, un’armonica, così, tanto per vedere l’effetto che fa, no eh?). A mia memoria, l’assolo di cornamusa di Bon Scott in It’s a Long Way To The Top (che era il primo brano del primo disco, ironicamente) resta l’unico strumento che non siano le due chitarre e sezione ritmica della formazione base esistente in un loro disco.

E continua anche lo stesso gioco di riff, nonostante sia venuto a mancare Malcom Young, ma la differenza nel lavoro del nipotino Stevie è veramente difficile da notare (ma scommetto che salterà fuori il grande appassionato che la saprà notare). E poi quell’essere ormai un carrozzone da circo, che offre gli stessi testi da machismo rock d’altri tempi, gli stessi abiti da scolaretto (ma farà la didattica a distanza anche lui?) e da Andy Capp, anche se hanno età da pensione persino per il governo italiano ora, nonché le stesse movenze rubate a Chuck Berry di Angus.

E allora, questo AC/DC – Power Up…

Fare un’analisi song-by-song di questo AC/DC – Power Up sarebbe impresa ardua, potrei dirvi a quale altra loro canzone assomiglia ogni singolo brano, e forse solo Through the Mists of Time e Systems Down azzardano una impercettibile idea di qualcosa che ancora non gli era venuto in mente prima.

 

Al massimo posso dividervi i brani tra quelli che hanno “Un Gran Tiro” (il singolo Shot In The Dark), “Un Buon Tiro” (Realize) o quelli che “no, questo è pure un po’ loffio” (Witch’s Spell). Per cui arriviamo alla domanda: a parte fare felice il loro private-banker, ha ancora senso tutto ciò? Rispondo: certo che ha senso, perché gli AC/DC rappresentano l’essenza, anzi, ancora più l’ossatura di tutto ciò che ascoltiamo, il big bang, il seme primordiale, i trilobiti della musica rock. E sono rimasti gli unici ad esserlo al 100%. E se nessuna di queste canzoni vi fa perlomeno muovere un piedino o vibrare un lobo delle orecchie, allora forse qualcosa si è rotto nel filo conduttore che vi lega al vero senso primario e originario di tutto quello che ogni giorno facciamo passare nelle nostre cuffie: muovere il culo.

Sarebbe S.V. (inclassificabile), ma dovendo dare un voto …

AC/DC – Power Up
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Di Nicola Gervasini

Scrive regolarmente di musica dal 1992 per varie testate e siti web di settore (Mucchio Selvaggio, Il Buscadero, Rootshighway, FilmTV). Nel 2009 il suo racconto La Pistola ha ottenuto la Menzione Speciale della Critica al Concorso Quaderni Rock del MEI. Nel 2010 ha pubblicato Rolling Vietnam – Radio-grafia di una guerra (Pacini Editore), nel 2017 il thriller Musical 80 (WLM).

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